Omaggio a P.
Per essere poeti,
bisogna avere molto tempo.
Non c’è niente da fare.
Il tempo della strada.
Ad esempio il corpo,
tutto intero.
Non c’è niente di simile
eppure - vedi - deve esistere
(deve realmente esistere,
perché lui esista).
Immaginate
cosa avrei scritto
se invece di restare a dormire
mi fossi alzato
a scrivere la lista
di tutte le cose da fare
e da non fare prima
e dopo di morire.
Non era niente in confronto.
È uscito di casa
un mattino, a digiuno.
Avevano deciso
di farlo fuori.
Mancava ormai da mesi,
dicevano che lui
non fosse più lo stesso.
Che forse l’uccisero.
E a lungo andare
daranno tutto per scontato.
Una sorpresa dietro l’altra.
Ma oggi - guarda -
un ragazzo come ero io
ti ferma e chiede indicazioni.
Non è molto in linea d’aria,
non è molto un uomo
con una gamba sola,
la gola bucata.
Gli passo accanto
e senza guardarlo. Tiro dritto.
Con la forza dell’abitudine,
disperata. Mi distraggo,
poi vedremo. A cose fatte.
Mentre uno parla
e per partito preso
l’altro aspetta di parlare,
l’idea che abbiamo
sempre avuto.
Abbiamo trovato
una pietra da sollevare,
un passaggio al limite.
Apprendere così
a tenere da parte per dopo
tutto questo,
per qualcos’altro.
Inedito, per PaviArt Poetry Festival 2009.
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