venerdì 29 gennaio 2010

Giovedì 04/02/2010 - Serata Festival di Lampi di Stampa



Non dimenticatevi di giovedì prossimo, 4 febbraio 2010.

Villa Pallavicini, Strada Privata Antonio Meucci 3, Milano.

A partire dalle 21.30.


Qui potete partecipare all'evento su facebook.


La serata sarà dedicata alla collana Festival di Lampi di Stampa, diretta da Valentino Ronchi, con la presentazione di “Immaginate la ragazza" di Giovanni Catalano, “L’opera racchiusa” di Federico Federici, “Così uguale" di Silvia Monti e "Travelling south" di Federico Zuliani.


Immaginate la ragazza” è un piccolo e calibrato canzoniere, fitto di amori e di visioni ottenute attraverso lenti deformanti o formanti, a seconda dei punti di vista. Giovanni Catalano, ingegnere elettronico, attualmente vive e lavora a Milano. Questa è la sua opera prima.


L’opera racchiusa” (Premio Lorenzo Montano 2009) è, dopo gli importanti lavori a firma Antonio Diavoli, il libro di esordio di Federico Federici che ha pubblicato di poesia e di critica su autorevoli riviste e siti internet di carattere letterario. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo e arabo.



Cosi uguale” è un libro che somiglia ad un ellepì dove le tracce, forse, non si susseguono a caso. Un percorso esistenziale ed artistico che corre il rischio della schiettezza. Silvia Monti, nata e cresciuta in Valtellina, vive in Brianza. Ha pubblicato due raccolte poetiche ed è presente in antologie e riviste. Sperimenta anche letture dal vivo.



Travelling South” si compone di poche ma esaurienti poesie, dalla lettura coinvolgente ed intensa. Federico Zuliani è nato a Milano ma a partire dall’adolescenza ha vissuto per lunghi periodi all’estero, tra Argentina, Scandinavia ed Asia.


giovedì 28 gennaio 2010

Il Foglio Clandestino – n. 68 – I/2009 nuova serie




SOMMARIO DEL NUOVO NUMERO
editore e curatore: gilberto gavioli


AFILDIPENNA: Il poeta e il suo ambiente… di Alberto Rizzi


TRADUZIONE: René Char (1907-1988) − Da ‘Sulla poesia’ (II) traduzione di Pasko Simone
Sergej Kulle (1936-1984) traduzione di Paolo Galvagni


TRA GLI SCAFFALI: Aurelio Arturo (1906-1974) a cura di Stefano Strazzabosco


INTERVENTI: Il nonsense anglosassone (I) di Felice Bonalumi


SFULINGO: E. M. Cioran, ‘divorare il silenzio’ (III), scelta e traduzione a cura di Massimo Barbaro


POESIA:
Fernando Pessoa: Sugli alti rami... traduzione di Leonardo Eriu
Angelo M. Ripellino: Súbito non accade niente
Piccola antologia: S. Aglieco, M. Baldi, G. Catalano, F. Federici, N. Garofalo, S. Gatto, M. Nasr, A. Ruotolo
Nienteguerre: Testi di di: M. P. Ciancio, O. Bonvicini, A. Pibiri, B. Lepkyj, V. Symonenko, I. S. Cholin (traduzioni di P. Galvagni)


NARRATIVA:
Don Juan Manuel: Il mago rimandato
Alessandro Oliviero: Le ninfe del mare


L’ARTISTA: Maurizio Barraco



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redazione@edizionidelfoglioclandestino.it

giovedì 21 gennaio 2010

Altre due poesie di S. Dobyns

Ripropongo anche qui altri due testi di Stephen Dobyns, stavolta tradotti da Francesco Randazzo (su Mirkal qui e qui), che ringrazio.


Tomatoes

A woman travels to Brazil for plastic
surgery and a face-lift. She is sixty
and has the usual desire to stay pretty.
Once she is healed she takes her new face
out on the streets of Rio. A young man
with a gun wants her money. Bang, she's dead.
The body is shipped back to New York,
but in the morgue there is a mix-up. The son
is sent for. He is told that his mother
is one of these ten different women.
Each has been shot. Such is modern life.
He studies them all but can't find her.
With her new face, she has become a stranger.
Maybe it's this one, maybe it's that one.
He looks at their breasts. Which ones nursed him?
He presses their hands to his cheek.
Which ones consoled him? He even tries
climbing into their laps to see which
feels more familiar but the coroner stops him.
Well, says the coroner, which is your mother?
They all are, says the young man, let me
take them as a package. The coroner hesitates,
then agrees. Actually it solves a lot of problems.
The young man has the ten women shipped home,
then cremates them all together. You've seen
how some people have a little urn on the mantle?
This man has a huge silver garbage can.
In the spring, he drags the garbage can
out to the garden and begins working the teeth,
the ash, the bits of bone into the soil.
Then he plants tomatoes. His mother loved tomatoes.
They grow straight from seed, so fast and big
that the young man is amazed. He takes the first
ten into the kitchen. In their roundness,
he sees his mother's breasts. In their smoothness,
he finds the consoling touch of her hands.
Mother, mother, he cries, and flings himself
on the tomatoes. Forget about the knife, the fork,
the pinch of salt. Try to imagine the filial
starvation, think of his ravenous kisses.


Pomodori

Una donna fa un viaggio in Brasile
per un intervento di plastica e un lifting.
Ha sessant’ anni ed ha il solito desiderio
d’ essere carina.
Una volta aggiustata, porta la sua nuova faccia
fuori, per le strade di Rio. Un giovane
con una pistola vuole i suoi soldi. Bang, lei muore.
Il corpo viene imbarcato per tornare a New York,
ma all’ obitorio fanno confusione. Il figlio
viene chiamato. Gli viene detto che sua madre
è una di quelle dieci differenti donne.
Ognuna è stata uccisa con un colpo di pistola.
Così è la vita moderna.
Lui le studia tutte, ma non riesce a trovarla.
Con la sua nuova faccia è diventata un'estranea.
Potrebbe essere questa o forse quest’altra.
Guarda i loro seni. Quali sono quelli che lo allattarono?
Preme le loro dita sulla sua guancia.
Quali sono quelle che lo consolarono? Prova anche
ad arrampicarsi nel loro grembo per vedere
quale sente più familiare ma
il coroner lo ferma.
Bene, dice il coroner, qual è sua madre?
Tutte lo sono, risponde il giovane, lasciatemi
prenderle tutte in blocco. Il coroner esita
poi accetta. In realtà ciò risolve un mucchio di problemi.
Il giovane riceve a casa le dieci donne,
dopo che sono state cremate tutte insieme.
Avete visto come certa gente ha una piccola urna sopra il camino?
Quest’ uomo ha un’ enorme scatola di latta argentata.
A primavera porta la scatola di latta
fuori in giardino e comincia a mescolare i denti,
la cenere, i pezzettini d’ ossa nel terreno.
Poi ci pianta pomodori. Sua madre amava i pomodori.
Crescono dritti dai semi, così veloci e grossi
che il giovane ne è stupito. Prende i primi
dieci e li porta in cucina. Nella loro rotondità
egli vede i seni di sua madre. Nella loro levigatezza
trova il tocco consolante delle sue dita.
Madre, madre, egli grida, e si avventa
sui pomodori. Dimenticandosi il coltello, la forchetta,
il pizzico di sale. Provate a immaginarvi la filiale
famelicità, pensate ai suoi voraci baci.




Confession

The Nazi within me thinks it's time to take charge.
The world's a mess; people are crazy.
The Nazi within me wants windows shut tight,
new locks put on the doors. There's too much
fresh air, too much coming and going.
The Nazi within me wants more respect. He wants
the only TV camera, the only bank account,
the only really pretty girl. The Nazi within me
wants to be boss of traffic and traffic lights.
People drive too fast; they take up too much space.
The Nazi within me thinks people are getting away
with murder. He wants to be the boss of murder.
He wants to be the boss of bananas, boss of white bread.
The Nazi within me wants uniforms for everyone.
He wants them to wash their hands, sit up straight,
pay strict attention. He wants to make certain
they say yes when he says yes, no when he says no.
He imagines everybody sitting in straight chairs,
people all over the world sitting in straight chairs.
Are you ready? he asks them. They say they are ready.
Are you ready to be happy? he asks them. They say
they are ready to be happy. The Nazi within me wants
everyone to be happy but not too happy and definitely
not noisy. No singing, no dancing, no carrying on.


Confessione

Il Nazista dentro di me pensa sia il momento di farsi carico.
Di tutto il disastro del mondo; la gente è pazza.
Il Nazista dentro di me vuole sbarrare le finestre,
mettere nuove serrature alle porte. C'è troppa
aria fresca, troppo andare e venire.
Il Nazista dentro di me vuole più rispetto. Vuole
un'unica telecamera, un unico conto bancario,
l'unica ragazza veramente bella. Il Nazista dentro di me
vuole essere padrone del traffico e dei semafori.
La gente guida troppo veloce; prendono troppo spazio.
Il Nazista dentro di me pensa che la gente stia diventando
impunita. Vuole essere il boss degli impuniti.
Vuole essere il boss delle banane, il boss del pane bianco.
Il Nazista dentro di me vuole uniformi per tutti.
Vuole dir loro di lavarsi le mani, sedersi dritti,
esige una rigorosa attenzione. Vuole essere certo
che dicano di sì quando dice sì, non quando dice no.
Immagina tutti dritti su sedie dritte,
la gente di tutto il mondo seduta su sedie dritte.
Siete pronti? chiede loro. Dicono di essere pronti.
Sei pronto per essere felice? chiede loro. Dicono
che sono pronti per essere felici. Il Nazista dentro di me vuole
che tutti siano felici ma non troppo felici e decisamente
non rumorosi. Non cantare, non ballare, niente indecenze.


(Traduzioni di Francesco Randazzo).

mercoledì 20 gennaio 2010

Stephen Dobyns – A tutto volume


Da Poetarum Silva, poesie scelte di uno dei più grandi poeti americani contemporanei.


Stephen Dobyns (1941- ) ha attraversato quasi tutti i generi di scrittura: dalla saggistica al thriller, dal giornalismo alla poesia. Il fantastico – talvolta orrorifico, il ridicolo e l’assurdo veicolano insolite riflessioni sulla vita, metafore centrifughe dei sentimenti umani, allegoria postmoderna della poesia stessa o di ciò che oggi, della poesia, rimane. E Stephen Dobyns è una pietra miliare nella poesia americana degli ultimi trent’anni.




Da "Cemetery Nights" (1987):


Loud Music

My stepdaughter and I circle round and round.
You see, I like the music loud, the speakers
throbbing, jam-packing the room with sound whether
Bach or rock and roll, the volume cranked up so
each bass notes is like a hand smacking the gut.
But my stepdaughter disagrees. She is four
and likes the music decorous, pitched below
her own voice-that tenuous projection of self.
With music blasting, she feels she disappears,
is lost within the blare, which in fact I like.
But at four what she wants is self-location
and uses her voice as a porpoise uses
its sonar: to find herself in all this space.
If she had a sort of box with a peephole
and looked inside, what she'd like to see would be
herself standing there in her red pants, jacket,
yellow plastic lunch box: a proper subject
for serious study. But me, if I raised
the same box to my eye, I would wish to find
the ocean on one of those days when wind
and thick cloud make the water gray and restless
as if some creature brooded underneath,
a rocky coast with a road along the shore
where someone like me was walking and has gone.
Loud music does this, it wipes out the ego,
leaving turbulent water and winding road,
a landscape stripped of people and language-
how clear the air becomes, how sharp the colors.


A tutto volume


Io e la mia figliastra giriamo a vuoto.
Vedi, a me piace la musica a tutto volume, le casse
che pulsano, riempire tutto lo spazio non importa che sia
Bach o rock and roll, il volume a palla così
che ogni nota di basso è un pugno dritto nello stomaco.
Eppure la mia figliastra non è d’accordo. Ha quattro anni
e a lei piace la musica ad un volume decoroso, al di sotto
della sua stessa voce - debole proiezione di sé.
Quando la musica è assordante teme a volte di sparire,
si sente persa in quel frastuono che, anzi, a me piace.
Ma a quattro anni ciò che vuole è l’auto-localizzazione
e usa la voce come una focena usa
il suo sonar: per ritrovarsi in tutto questo spazio.
Se avesse una specie di scatola con uno spioncino
e guardasse dentro, ciò che vedrebbe sarebbe
se stessa in piedi, coi pantaloni rossi, un giubbino,
il cestino del pranzo in plastica gialla: potrebbe essere oggetto
di studio. Ma io, se sollevassi
la stessa scatola per guardarci dentro, vorrei trovarci
l’oceano uno di quei giorni in cui il vento
e le nuvole spesse fanno l’acqua grigia e agitata
come se una qualche creatura rimuginasse lì sotto,
una costa rocciosa e una strada lungo la riva
dove uno come me stava passeggiando e adesso se n’è andato.
Questo fa la musica a tutto volume, spazza via l’ego,
lasciando mare mosso e strade ventose,
un paesaggio privato della gente e del linguaggio -
come diventa chiara l’aria, vivi i colori.




Da "Velocities: New and Selected Poems, 1966-1992" (1994):


Can Poetry Matter?


Heart feels the time has come to compose lyric poetry.
No more storytelling for him. Oh, Moon, Heart writes,
sad wafer of the heart's distress. And then: Oh, Moon,
bright cracker of the heart's pleasure. Which is it,
is the moon happy or sad, cracker or wafer? He looks
from the window but the night is overcast. Oh, Cloud,
he writes, moody veil of the Moon's distress. And then,
Oh, Cloud, sweet scarf of the Moon's repose. Once more
Heart asks, Are clouds kindly or a bother, is the moon sad
or at rest? He calls scientists who tell him that the moon
is a dead piece of rock. He calls astrologers. One says
the moon means water. Another that it signifies oblivion.
The girl next door says the Moon means love. The nut
up the block says it proves that Satan has us under his thumb.
Heart goes back to his notebooks. Oh, Moon, he writes,
confusing orb meaning one thing or another. Heart feels
that his words lack conviction. Then he hits on a solution.
Oh, Moon, immense hyena of introverted motorboat.
Oh, Moon, upside down lamp post of barbershop quartet.
Heart takes his lines to a critic who tells him that the poet
is recounting a time as a toddler when he saw his father
kissing the baby-sitter at the family's cottage on a lake.
Obviously, the poem explains the poet's fear of water.
Heart is ecstatic. He rushes home to continue writing.
Oh, Cloud, raccoon cadaver of colored crayon, angel spittle
recast as foggy euphoria. Heart is swept up by the passion
of composition. Freed from the responsibility of content,
no nuance of nonsense can be denied him. Soon his poems
appear everywhere, while the critic writes essays elucidating
Heart's meaning. Jointly they form a sausage factory of poetry:
Heart supplying the pig snouts and rectal tissue of language
which the critic encloses in a thin membrane of explication.
Lyric poetry means teamwork, thinks Heart: a hog farm,
corn field, and two old dobbins pulling a buckboard of song.

A chi importa la poesia?


Il cuore sente che è arrivato il momento di scrivere poesia lirica.
Basta raccontarci storie. Oh Luna, Cuore scrive,
ostia triste dell’angoscia del mio cuore. E poi: Oh Luna,
cracker radioso del piacere del cuore. E allora
la luna è felice o triste, un cracker o un’ostia? Guarda
dalla finestra ma il cielo è coperto. Oh, Nuvola,
scrive, lunatico velo dell’angoscia della Luna. E poi,
Oh Luna, dolce sciarpa del riposo della Luna. Ancora una volta
il Cuore domanda, le nuvole sono benevole o sono una noia, la luna è triste
oppure riposa? Chiede agli scienziati che gli dicono che la luna
è una pietra morta. Interroga gli astrologi. Uno dice
la luna vuol dire acqua. Un altro: significa oblio.
La ragazza della porta accanto dice che la Luna significa amore. Il pazzo
sul tetto dice che è la prova che Satana ci tiene in pugno.
Il Cuore ritorna al taccuino. Oh Luna, scrive,
sfera confusa che significa questo o quell’altro. Il Cuore sente
che non c’è convinzione nelle sue parole. Giunge infine a una soluzione.
Oh, Luna, immensa iena d’introverso motoscafo.
Oh, Luna, lampione sottosopra d’un quartetto di barbieri.
Il Cuore porta i suoi versi a un critico che gli dice che il poeta
sta raccontando di quella volta in cui, da piccolo, ha visto suo padre
baciare la baby-sitter nella casa al lago.
È ovvio che la poesia spiega la sua paura dell’acqua.
Il cuore è in estasi. Si precipita a casa per continuare a scrivere.
Oh, Nuvola, cadavere di procione di matita colorata, saliva d’angelo
rimodellata in euforia nebbiosa. Il cuore è preso dalla passione
della composizione. Liberato dalla responsabilità del contenuto,
nessuna sfumatura di nonsense può più essergli negata. Presto le sue poesie
appaiono dappertutto, mentre il critico scrive saggi per chiarire
ciò che il Cuore intende. Formano insieme un salumificio della poesia:
Il Cuore mette a disposizione i grugni di maiale e il tessuto rettale del linguaggio
che il critico imbudella in una sottile membrana di spiegazione.
Poesia lirica vuol dire lavoro di squadra, pensa il Cuore: un allevamento di maiali,
un campo di granturco, e due vecchi cavalli da tiro che trascinano un carro di canzoni.


It’s Like This


for Peter Parrish


Each morning the man rises from bed because the invisible
cord leading from his neck to someplace in the dark,
the cord that makes him always dissatisfied,
has been wound tighter and tighter until he wakes.

He greets his family, looking for himself in their eyes,
but instead he sees shorter or taller men, men with
different degrees of anger or love, the kind of men
that people who hardly know him often mistake
for him, leaving a movie or running to catch a bus.

He has a job that he goes to. It could be at a bank
or a library or turning a piece of flat land
into a ditch. All day something that refuses to
show itself hovers at the corner of his eye,
like a name he is trying to remember, like
expecting a touch on the shoulder, as if someone
were about to embrace him, a woman in a blue dress
whom he has never met, would never meet again.
And it seems the purpose of each day’s labor
is simply to bring this mystery to focus. He can
almost describe it, as if it were a figure at the edge
of a burning field with smoke swirling around it
like white curtains shot full of wind and light.

When he returns home, he studies the eyes of his family to see
what person he should be that evening. He wants to say:
All day I have been listening, all day I have felt
I stood on the brink of something amazing.
But he says nothing, and his family walks around him
as if he were a stick leaning against a wall.

Late in the evening the cord around his neck draws him to bed.
He is consoled by the coolness of sheets, pressure
of blankets. He turns to the wall, and as water
drains from a sink so his daily mind slips from him.
Then sleep rises before him like a woman in a blue dress,
and darkness puts its arms around him, embracing him.
Be true to me, it says, each night you belong to me more,
until at last I lift you up and wrap you within me.


È così


per Peter Parrish


Ogni mattina l’uomo si alza dal letto perchè l’invisibile
corda che dal suo collo porta da qualche parte nel buio,
la corda che sempre fa di lui un insoddisfatto,
era stata tirata via via più stretta, finché si sveglia.
Saluta la sua famiglia, cercandosi nei loro occhi,
ma invece vede uomini più bassi o più alti, uomini con
diverse gradazioni di rabbia o di amore, il genere di uomini
che la gente, che lo conosce appena, non di rado scambia
per lui, quando esce da un cinema o corre a prendere l’autobus.

Ha un lavoro e ci va. Potrebbe essere in banca
o in una biblioteca o a scavare un fosso
in un pezzo di pianura. Tutto il giorno qualcosa che si rifiuta
di mostrarsi indugia all’angolo del suo occhio,
come un nome che sta cercando di ricordare, come
l’attesa d’una mano sulla spalla, come se qualcuno
stesse quasi per abbracciarlo, una donna in abito blu
che non ha mai incontrato, nè più rincontrerebbe.
E sembra che il buon proposito d’ogni giorno di lavoro
sia semplicemente quello di concentrarsi sul mistero. Riesce
quasi a descriverlo, come se fosse una figura al confine
d’un campo bruciato con il fumo che si allarga attorno
come tende bianche che sbattono, piene di vento e di luce.

Quando ritorna a casa, studia gli occhi dei suoi familiari per vedere
che persona sarebbe stata quella sera. Vuol dire:
per tutta la giornata sono stato ad ascoltare, tutta la giornata ho provato la sensazione
di stare in piedi sull’orlo di qualcosa di incredibile.
Eppure non dice niente, e la sua famiglia gli gira intorno
come se fosse un bastone appoggiato al muro.

A tarda sera, la corda legata attorno al collo lo trascina al letto.
Lo consola il fresco delle lenzuola, il peso
delle coperte. Si volta dalla parte del muro e proprio come l‘acqua
che se ne va dal lavandino, così la sua mente quotidiana gli scivola via.
Poi il sonno si alza prima di lui come una donna in abito blu,
e l’oscurità gli mette le mani attorno al collo, lo abbraccia.
Sii sincero con me, gli dice, ogni notte mi appartieni sempre di più
finché alla fine ti tiro su e ti avvolgo dentro di me.


Spite


I steal your mailbox, leave gum on your sidewalk. I
seduce your sister, ignore your wife.
I tear one page from each of your books.
I convince you that I am your friend.


*

When people ask about you,
I shake my head. When they
tell about you, I nod.
*

Today, I hang myself
from a greased flagpole
outside your picture window.
Yesterday, I stole your curtains.



Dispetto


Ti rubo la posta, lascio
una gomma sul tuo marciapiede, io
seduco tua sorella, lascio perdere tua moglie.
Strappo una pagina da ciascuno dei tuoi libri.
Ti metto in testa che sono tuo amico.

*

Quando mi chiedono di te,
scuoto la testa. E quando
mi parlano di te, annuisco.

*

Oggi, mi appendo
come una bandiera da un’asta cosparsa di grasso,
fuori dalla tua finestra panoramica.
Ieri, ti ho rubato le tende.



How to Like It


These are the first days of fall. The wind
at evening smells of roads still to be traveled,
while the sound of leaves blowing across the lawns
is like an unsettled feeling in the blood,
the desire to get in a car and just keep driving.
A man and a dog descend their front steps.
The dog says, Let's go downtown and get crazy drunk.
Let's tip over all the trash cans we can find.
This is how dogs deal with the prospect of change.
But in his sense of the season, the man is struck
by the oppressiveness of his past, how his memories
which were shifting and fluid have grown more solid
until it seems he can see remembered faces
caught up among the dark places in the trees.
The dog says, Let's pick up some girls and just
rip off their clothes. Let's dig holes everywhere.
Above his house, the man notices wisps of cloud
crossing the face of the moon. Like in a movie,
he says to himself, a movie about a person
leaving on a journey. He looks down the street
to the hills outside of town and finds the cut
where the road heads north. He thinks of driving
on that road and the dusty smell of the car
heater, which hasn't been used since last winter.
The dog says, Let's go down to the diner and sniff
people's legs. Let's stuff ourselves on burgers.
In the man's mind, the road is empty and dark.
Pine trees press down to the edge of the shoulder,
where the eyes of animals, fixed in his headlights,
shine like small cautions against the night.
Sometimes a passing truck makes his whole car shake.
The dog says, Let's go to sleep. Let's lie down
by the fire and put our tails over our noses.
But the man wants to drive all night, crossing
one state line after another, and never stop
until the sun creeps into his rearview mirror.
Then he'll pull over and rest awhile before
starting again, and at dusk he'll crest a hill
and there, filling a valley, will be the lights
of a city entirely new to him.
But the dog says, Let's just go back inside.
Let's not do anything tonight. So they
walk back up the sidewalk to the front steps.
How is it possible to want so many things
and still want nothing? The man wants to sleep
and wants to hit his head again and again
against a wall. Why is it all so difficult?
But the dog says, Let's go make a sandwich.
Let's make the tallest sandwich anyone's ever seen.
And that's what they do and that's where the man's
wife finds him, staring into the refrigerator
as if into the place where the answers are kept—
the ones telling why you get up in the morning
and how it is possible to sleep at night,
answers to what comes next and how to like it.

Come farselo piacere


Questi sono i primi giorni d’autunno. Il vento
la sera odora di strade da percorrere
e il suono delle foglie spazzate via dai prati
somiglia a una sensazione indescrivibile nel sangue,
il desiderio di salire su una macchina e continuare a guidare.
Un uomo e un cane scendono le scale dell’ingresso.
Il cane dice, Andiamo in città a ubriacarci come pazzi.
Rivoltiamo tutti i cassonetti che troviamo.
Questa è la maniera in cui i cani approcciano la prospettiva del cambiamento.
Ma nel suo senso per la stagione, l’uomo è afflitto
dall’oppressione del passato, dal modo in cui i suoi ricordi
che erano fluidi e mutevoli si sono andati coagulando
fino al punto di credere di poter sorprendere i volti ricordati
spuntare dagli angoli più bui degli alberi.
Il cane dice, Carichiamo un paio di ragazze e
spogliamole. Scaviamo buche dappertutto.
Sopra la sua casa, l’uomo nota ciocche di nuvole
che ricadono sul viso della luna. Come in un film,
dice tra sé e sé, un film su una persona
che parte per un viaggio. Guarda dall’alto in basso la strada
fino alle colline fuori città e trova il taglio
oltre il quale la strada punta a nord. Pensa di guidare
su quella strada, pensa all’odore di polvere
del riscaldamento che non si accende dall’inverno scorso.
Il cane dice, Andiamo a tavola e annusiamo
le gambe della gente. Ingozziamoci di hamburger.
Nella testa dell’uomo, la strada è vuota e buia.
I pini spingono sull’orlo della strada,
dove gli occhi degli animali, fissi sui fanali,
brillano come piccoli avvertimenti per la notte.
Talvolta un camion che lo sorpassa, scrolla l’intera automobile.
Il cane dice, Andiamo a dormire. Accucciamoci
accanto al fuoco e mettiamoci la coda sotto il naso.
Ma l’uomo vuole guidare tutta la notte, attraversare
il confine di uno stato dopo l’ altro, e non fermarsi mai
finchè il sole non spunta dallo specchietto retrovisore.
Allora accosterà e riposerà un po’ prima
di ripartire e al crepuscolo giungerà in cima a una collina
e lì, ci saranno le luci di una città completamente nuova
per lui, a riempire la valle.
Ma il cane dice, Torniamo dentro.
Non facciamo niente di niente stasera. Così
tornano su per il marciapiede ai gradini all’ingresso.
Com’è possibile volere così tante cose
e comunque non volere nulla? L’uomo vuole dormire
e vuole spaccarsi la testa ancora e ancora
contro un muro. Perché è tutto così difficile?
Ma il cane dice, andiamo a farci un sandwich.
Prepariamo il sandwich più alto che si sia mai visto.
Ed è quello che fanno ed è dove la moglie
l’ha trovato, a guardare dentro il frigo
come se fosse quello il posto in cui si tengono le risposte –
quelle che spiegano perché ti alzi presto al mattino
e com’è possibile restare a dormire la notte,
risposte a cosa riserverà il futuro e a come farselo piacere.


Da "Mystery, So Long" (2005):


An artist like any other


Let’s say a fellow has a little trick-
he can take a rock, toss it about ten feet,

then take another, toss it so it lands on top,
then take a third and toss it on top of that

so all three make a little tower. Each rock
is about the size of a child’s fist, Any bigger

or any farther or if he tries a fourth, then
it doesn’t work. People are impressed,

but how many times can you watch a guy
do a trick like that? Shortly they wander off.

Children last a little longer. The man’s wife
asks to see it once a week just to be nice.

His kids say, Give it a break, Dad. Three
rocks twirling through the air and landing

perfectly, time after time. He never misses.
The man feels proud. He’d do it all day long

If anyone cared. But even the dog nods off.
Let’s say this is some vestigial blip, like that

occasional tail that nurses snip off newborns.
Once his ancestors tossed huge boulders, built

pyramids, even Stonehenge. You wanted
something really big transported? This was

the guy to do it. How many of these leftovers
do we have left? Cave painters shrunk into

tattoo artists, epic poets whose last sparks ignite
greeting-card verse. Just as some day novelists

might morph into the guys who make up menus
for greasy spoons. Today a man flip a stone,

then two more. Presto. See how they join to form
a miniature defiance of the world’s natural laws.

A trifling metaphor for the enigmatic? No doubt
about it, the fellow’s an artist like any other.

The neighbor’s addlepated five-year-old slaps
his head in wonder. At least the first time.


Un artista come un altro

Supponiamo che un tale conosca un piccolo trucco-
sa lanciare un sasso, lanciarlo lontano più o meno dieci piedi,

ne prende un altro, e lo lancia in modo che atterri sul primo
e poi ne prende un terzo e lo lancia sopra il precedente

così che tutti e tre fanno una piccolo torre. Ogni sasso
ha più o meno la dimensione del pugno di un bambino. Se più grande

o più lontano o se cerca di lanciarne un quarto
non funziona. La gente rimane impressionata,

ma quante volte puoi stare a guardare un ragazzo
che fa un numero del genere? Dopo un po’ si allontanano.

I bambini resistono un po’ di più. La moglie
gli chiede di vederlo una volta a settimana, così, tanto per essere carina.

I figli gli dicono, Dacci un taglio, Papà. Tre
pietre che volteggiano nell’aria e atterrano

pefettamente, più volte, ripetutamente. Non sbaglia un colpo.
Ne è orgoglioso. Lo farebbe tutto il giorno.

Se importasse a qualcuno. Ma anche il cane si appisola.
Supponiamo che questo sia un qualche difetto vestigiale, come quella

rarissima coda che le infermiere tagliano via a certi neonati.
Un tempo i suoi antenati lanciavano enormi macigni, costruivano

le piramidi, persino Stonehenge. Volevi
trasportare qualcosa di veramente grosso? Era

il ragazzo a farlo. Quanti di questi resti
abbiamo lasciato? Pittori di caverne ridotti a

tatuatori, poeti epici le cui ultime scintille accendono
versi sulle cartoline di auguri. Proprio come certi romanzieri del giorno

potrebbero trasformarsi nei ragazzi che scrivono i menu
per una di quelle bettole. Oggi un uomo lancia una pietra,

e poi altre due. Presto. Vedi come si mettono insieme per formare
una piccola sfida alle leggi naturali del mondo.

Un’insignificante metafora per l’enigmatico? Non c’è dubbio
su questo, il tipo è un artista come un altro.

Il figlio ritardato del vicino ha cinque anni e si dà pugni
in testa per lo stupore. Almeno la prima volta.



(Traduzioni di Giovanni Catalano)

lunedì 18 gennaio 2010

Antonia Pozzi: diari e altri scritti


Da Poetarum Silva, i diari di A. Pozzi.

In questi giorni, sto leggendo i diari di Antonia Pozzi in una bella edizione di Viennepierre. Il volume è uscito nel 2008, a settant’anni dalla scomparsa, con scritti inediti e un nuovo apparato critico.

Si comincia sbirciando tra le pagine del “Quaderno (1925-1927)” di una ragazzina quattordicenne (come non stabilire un parallelo con Tonio Kröger) che sta bene con i propri genitori, il padre avvocato, la madre discendente da una nobile famiglia lombarda. Riceve un’educazione moderna, alto-borghese. Nonostante si circondi molto presto di amici colti e si dedichi alla musica e a numerosi sport, comincia a sentire il richiamo della solitudine come punto di partenza per un tentativo di comprensione del mondo pur con tutte le contraddizioni che ne derivano. Spazio e tempo sembrano “cose grandi, troppo grandi per noi”, attraenti per il loro mistero eppure terribili (“Mi scuoto con un brivido: sempre! Parola terribile, terribile come mai!”).

La ritroviamo dieci anni dopo nei “Diari (1935-1938)”, laurea in Lettere e Filosofia, una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert. È ancora lì a tentare un’impossibile ma necessaria riconciliazione tra arte e vita (“Quanti mondi. Allora erano più grandi di me e mi chiamavano in alto, adesso sono più forti di me e mi schiacciano”). Scriverà del suo “disordine” con intimo dolore (“È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile”).

Insomma, la vita non basta. Questo sembra volerci dire, come quando in un saggio su Aldous Huxley, riporta: “[…] la vita in quanto tale, questo non basta. Come ci si può contentare dell’anonimità della semplice energia di una potenza che, malgrado il suo carattere misterioso e divino, è tuttavia incosciente, al di sotto del bene e del male?”. La poesia è vivere ma è anche “morire per sapere”, la poesia è la “troppa vita” che scorre nelle vene e chiede d’andare oltre la vita. Da questa irriducibile dialettica viene fuori un’estetica che fa dell’arte non un “espressione di stati d’animo ma creazione d’un mondo – e non creazioni tutte perfette, ma sforzi continui di creazione”. Forse, è così, certa poesia si paga con la morte.

Verso la fine del 1938, la promulgazione delle leggi razziali “è stata una specie di fulmine che ci ha sconcertato tutti”. Poco tempo dopo un crollo emotivo, Antonia Pozzi si sdraia su un prato e si toglie la vita. Non vide mai stampate le sue poesie, furono Vittorio Sereni e Eugenio Montale, tra i primi, a riconoscerne il valore.

Come ben scrive Matteo M. Vecchio nella sua postfazione, il diario rappresenta “l’officina che accompagna la stesura dell’opera poetica e critica”, “spazio aperto alla riflessione”, luogo di “ricaduta della scrittura sulla vita”. Perché la vita legittima il lavoro e il lavoro legittima la vita, secondo un progetto etico in cui “non vivere e non creare sarebbe da impotenti, da minorati”. Ne consegue che “l’evasione del reale nel fantastico è lecita solo quando venga scontata con la pena attiva dell’espressione” altrimenti la distrazione è banale e amorale.

mercoledì 13 gennaio 2010

Kenneth Koch – L’acqua che bolle

Alex Katz, Portrait of a Poet: Kenneth Koch (1970)


Da Poetarum Silva, un grande poeta americano, una mia traduzione.

Kenneth Koch (1925-2002), è stato un esponente storico della Scuola di New York, insieme a Frank O’Hara e John Ashbery. Molto vicino all’espressionismo astratto, dall’action painting al lavoro di amici come Alex Katz e Larry Rivers (“avevano degli studi molti ampi e luminosi e organizzavano sempre feste durante le quali riuscivano anche a vendere quadri!”), subì le influenze dell’avanguardismo europeo in genere (dal cubismo al surrealismo francese) ma portò avanti con sorprendente originalità un’idea di poesia intelligente, ironica, drammatica, dal fortissimo impatto emozionale. Significativo questo “The Boiling Water” tratto da “The Burning Mystery of Anna in 1951″ (1979) di cui ho tentato una mia traduzione.




The Boiling Water

A serious moment for the water is
when it boils
And though one usually regards it
merely as a convenience
To have the boiling water
available for bath or table
Occasionally there is someone
around who understands
The importance of this moment
for the water—maybe a saint,
Maybe a poet, maybe a crazy
man, or just someone
temporarily disturbed
With his mind “floating”in a
sense, away from his deepest
Personal concerns to more
“unreal” things…

A serious moment for the island
is when its trees
Begin to give it shade, and
another is when the ocean
washes
Big heavy things against its side.
One walks around and looks at
the island
But not really at it, at what is on
it, and one thinks,
It must be serious, even, to be this
island, at all, here.
Since it is lying here exposed to
the whole sea. All its
Moments might be serious. It is
serious, in such windy weather,
to be a sail
Or an open window, or a feather
flying in the street…

Seriousness, how often I have
thought of seriousness
And how little I have understood
it, except this: serious is urgent
And it has to do with change. You
say to the water,
It’s not necessary to boil now,
and you turn it off. It stops
Fidgeting. And starts to cool. You
put your hand in it
And say, The water isn’t serious
any more. It has the potential,
However—that urgency to give
off bubbles, to
Change itself to steam. And the
wind,
When it becomes part of a
hurricane, blowing up the
beach
And the sand dunes can’t keep it
away.
Fainting is one sign of
seriousness, crying is another.
Shuddering all over is another
one.

A serious moment for the
telephone is when it rings.
And a person answers, it is
Angelica, or is it you.

A serious moment for the fly is
when its wings
Are moving, and a serious
moment for the duck
Is when it swims, when it first
touches water, then spreads
Its smile upon the water…

A serious moment for the match
is when it burst into flame…

Serious for me that I met you, and
serious for you
That you met me, and that we do
not know
If we will ever be close to anyone
again. Serious the recognition
of the probability
That we will, although time
stretches terribly in
between…





L’acqua che bolle

Un momento impegnativo per l’acqua è
quando bolle
e sebbene si guardi
come una comodità
disporre d’acqua calda
per il bagno e per la tavola
c’è occasionalmente qualcuno
che ammette
l’importanza di questo momento
per l’acqua - forse un santo
o un poeta, forse un pazzo
o soltanto qualcuno
temporaneamente disturbato
con la mente “leggera”
in un certo senso, lontano dalle sue più profonde
preoccupazioni per cose
più “inconsistenti”…

Un momento serio per l’isola
è quando i suoi alberi
cominciano a fare ombra e
un altro è quando l’oceano
bagna
il fianco di cose grosse e pesanti.
Uno passeggia e guarda
l’isola
ma non proprio l’isola, quello che c’è
sull’isola e uno pensa
non deve essere semplice nemmeno essere
quest’isola, per niente, qui.
Dal momento che qui giace esposta
a tutto il mare. Tutti i suoi
momenti potrebbero essere seri. È
un serio problema, sotto un tale vento,
essere una vela
o una finestra aperta o una piuma
che vola per strada…

La serietà, quante volte ho
pensato alla serietà
e quanto poco ho capito
a parte il fatto che ciò che è serio è urgente
e ha a che fare col cambiamento. Tu
dici all’acqua,
non è il caso di scaldarsi adesso
e allora spegni. E così smette
d’agitarsi. Inizia a raffreddarsi. Tu
metti dentro una mano
e dici l’acqua non è più seria,
non più. Ha il potenziale,
comunque – quell’urgenza di fare
bollicine, di
trasformarsi in vapore. E il
vento,
proprio quando diventa parte di un
uragano, che fa esplodere la
spiaggia
e le dune di sabbia non sanno
tenerlo alla larga.
Svenire è giusto un segno di
serietà, piangere un altro.
Tremare è un altro
ancora.

Un momento impegnativo per il
telefono è quando squilla.
E una persona risponde, è
Angelica o sei tu.

Un momento impegnativo per la mosca è
quando le sue ali
si muovono e un momento
difficile per l’anatra
è quando nuota, quando prima
tocca l’acqua, poi porta
sull’acqua il suo sorriso.

Un serio problema per il fiammifero
è quando s’accende.

È serio per me averti incontrato e
serio per te
aver incontrato me e il fatto che non
sappiamo
se staremo ancora vicino a qualcuno
di nuovo. È difficile riconoscere
le probabilità
che avremo, anche se il tempo
tra di noi s’allunga
tremendamente…

(Traduzione di Giovanni Catalano)

giovedì 7 gennaio 2010

Nota di lettura a "Canzoni di bella vita" di V. Ronchi


Canzoni di bella vita
Valentino Ronchi

Collana Quai des Boompjes
Lampi di Stampa, Milano, 2008
ISBN 978-88-488-0690-9

Ha vinto i premi Baghetta, Il Ceppo, Poesia Giovane Fiume Veneto.

http://www.fiestalibri.it/Sito/fiestalibri.html



"[…] Barista
potrei avere un’altra menta, magari
con più sciroppo. Scusi la richiesta sa,
ma mi considero un intenditore
e mi sembra ormai di capirne".

Ci conquista molto presto con uno stile fresco ma non freddo, costantemente attento. Con limpidezza, umorismo e grazia, Ronchi ci presenta una poesia che finiamo per amare senza remore, che - con una resa incondizionata - lasciamo entrare con riconoscenza (“Ecco, è tutto così, ecco è tutto qua”). Con una sensibilità straordinaria, Valentino ci accompagna sottobraccio per i mercatini di Milano pieni di “vecchi libri” da comprare a poco e rivendere agli antiquari del centro. Con entusiasmo svuota lo zaino ai nostri piedi e con sincera confidenza ci mostra quelli provenienti chissà come dalla biblioteca di Bigongiari e, tra i libri, le piagnucolose richieste di poeti “imploranti l’attenzione del maestro” (ne ride, trattenendo a stento un “mon semblable, mon frère“ quando biasima i vizi d’un ambiente che conosciamo bene e che forse non cambierà mai), confessa qualche feticismo da collezionista (è il caso dei “biancorossi” Einaudi), rivela simpatie. Ogni aspetto dell’esistenza (e ogni suo surrogato culturale) viene offerto con consapevolezza e insieme con una innocenza disarmante. È di sicuro un osservatorio privilegiato (“da qui vedo e sento cose che da giù/non potrei vedere”) quello da cui si perviene alla complessità della vita umana e al suo legame con i libri.

E, come in un incompiuto bildungsroman, le canzoni ci invitano a seguire le esperienze adolescenziali, le euforie e le debolezze di un giovane che passeggia per Ancona, per diventare la colonna sonora di molte vite, delle vite di un autore di cineromanzi tra l’apprensione di un matrimonio imminente e una casa a Ostiglia. Gli studi universitari a Parigi diventano occasione per digressioni filosofiche sul tempo che passa o sui rapporti sociali. Linguaggio e natura sono miracolosamente in sintonia, l’immediatezza narrativa si attiene al ritmo stesso della giovinezza con una mimesi che confonde continuamente i due piani della testimonianza e della meta-testimonianza. Per mezzo di un fraseggio preciso (“lo charme senza il quale le cose sarebbero soltanto quello che sono”, per dirla alla Jankélévitch), anche un gesto banale può diventare l’immagine inevitabile di una dissoluzione interiore. Il filosofo francese direbbe che “è il fatto che il passato è passato che gli dà un valore”. Ma allora dove sta il valore del presente? Perché il momento presente è un momento definitivo, è il momento giusto, da non lasciarci sfuggire, da tenerci stretto e difendere a qualsiasi costo. Vale anche per l’amore: con facilità e spontaneità, siamo attratti dalla sensualità bizzarra eppure concreta di un seno sotto un caldo maglione di lana o del “sesso preciso perfetto, del disegno completo della fine della schiena”.

Una lettura vagamente antropologica ne farebbe una poesia della crisi. Si sa, di questi tempi, i figli stanno peggio dei genitori, del futuro non possono avere le stesse aspettative d’un tempo, il loro futuro è puntiforme, coincide con un presente precario (“di tanti studi fatti, ho scelto di vivere così”). Come godere della “bella vita”, anche se fosse tra le nostri mani, qui e adesso (in un presente, se vogliamo, accessibile ma fatto di “non-so-che” e di “quasi-niente”)? Il peggio è che ne siamo certi, la vita è proprio bellissima. Oggi è un giorno felice, lo sappiamo (“la buona sorte può arrivare quando vuole”), eppure non possiamo essere felici fino in fondo perché - con altrettanta certezza - sappiamo che non avremo giorni migliori di questo.


Giovanni Catalano

martedì 5 gennaio 2010

7 libri di poesia

Sette libri letti di recente e alcune note a margine.




Nota di lettura a "Spaccasangue" di I. Toini

Spaccasangue
Iole Toini

Collana Segni
Le Voci della Luna, 2009
ISBN 978-88-960480-3-0

http://alveare.splinder.com/


Spaccasangue è un libro violento. Della violenza di un macellaio che ti insegue con un coltello, per intendersi. E il peggio è che quel macellaio potrebbe essere tuo padre. Oppure potresti essere tu, il tuo doppio, una tua metà.

C’è certo un recupero di vaghe istanze parricide, tipicamente novecentesche (“odia il padre che è il principio e la fine”, “ti rinnego, padre minuscolo, perché ti amo”, “ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto” e così via). Non si parla soltanto di conflitti generazionali che con la forza del rimosso si ripresentano a distanza di decenni sotto attenta metafora (“il giorno che si ammazzano i conigli”), non è una ricerca di libertà ma una vera e propria affermazione della negazione continuamente e tragicamente esibita (“Ero una bambina cattiva, facevo pensieri/lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre/al manicomio, sputare come un uomo”) in una impossibile variante del complesso edipico, in un “equivoco vanitoso” di chi si vorrebbe onnipotente (“Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca./Essere bella e cattiva. Bella e cattiva e fortissima”).
Non mancano le incursioni nel pop (“un gigrobot con gli scarponi”) quanto nel metafisico (“De Chirico approverebbe l’oceano che porti dentro la testa”), tra presenze inquitetanti sotto il letto o dentro l‘armadio (“l’occhio-pesce”, “il mostronauta”, un “uomo nero”) e silenzi morbidi solo rotti qua e là da uno sparo (“tum, tum”, “bum”) di futurista memoria.
E poi c’è dentro quel gran film di Kubrick, “le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l'ultra-violenza e Beethoven”, come è stato storicamente definito nella tagline. E ripetuto per tre volte come la parola magica d’un moderno rituale voodoo: “Arancia meccanica/Arancia meccanica/Arancia meccanica”. Gli uomini, lo sappiamo, a volte si comportano come animali azionati da meccanismi ad orologeria.
E questa è una poesia feroce che mette a nudo le miserie e le cattiverie umane, in bilico tra compiacimento splatter e riscatto visionario (“affonda le mani fino al polso, le riemerge colme del/fegato che sbatte le ali come un uccello”). Una punta di follia – più o meno consapevole - rende certe atmosfere sempre più attraenti sebbene estremamente disturbanti (“Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la/svestivo, le facevo un sacco di cose”), complici le illustrazioni di Orodè. In questa sorta di diarismo noir, le parole si prospettano come soluzione, una soluzione irrequieta, disordinata, inevitabilmente inadeguata agli standard sociali (“Anche io volevo diventare un uomo./Avere le braghe larghe,/il pisello che spara oltre la siepe,/fare la guerra, entrare in una donna”).

È significativo come - cercando di seguire il filo degli eserghi o delle citazioni intertestuali - si incontri la Sexton (e poco dopo anche la Plath), sempre “bella e dannata, sexy e infantile”. Il pensiero corre presto alle “Transformations” a cui la prima sezione “Sfavole” è forse debitrice, pur nella sua originalità come “continuità di un’altra forma.” Ma sarebbe superficiale e riduttivo limitarsi a rintracciare le possibili fonti di quello che a tratti potrebbe essere definito sbrigativamente come un confessionalismo decadente. Più urgente sottolineare la forza carnale, nuda e cruda, di versi come questi:

“Ho visto il sesso fare l’occhiolino
dai pantaloni di un uomo
Così sono venuta al mondo.
Non ho strillato.
Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.”

La religione (“I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra”), la legge (“Mia madre è al lavoro./Mio padre fa paura”), il senso di colpa (“Un dito gigante mi indicava/come fa il prete alla domenica), la vergogna (“Sono un topo”) che ne deriva. Tutto rimanda ai grandi interrogativi dostoevskiani (non è un caso che il libro si apra con la citazione di un dialogo di Kolia Krasotkin).
Del resto, già a partire da “La catena del freddo”, l’inquadratura si allarga: la dura vita di cantiere (“Il corpo mi abbandona: le braccia si staccano,/le ossa diventano il martello, la testa uno sciame di vespe”), la distrofia di Emma (“La vita ti ama da morire e nemmeno te ne accorgi”), il giardiniere (“mentre toccava la terra come toccasse/la sua donna, come non avesse fame, né sete,/e fosse lui stesso la fame, la sete”), la romena strangolata in un night club (“Credeva che l’altra parte del mondo è dove l’amore fa pane”) e una galleria di altri personaggi dell’orrore, commoventi e terribili nella loro normalità.
Ma è con “Il corpo atletico”, forse la sezione più rigorosa, che le tendenze autolesioniste vengono in qualche modo incanalate, diluite e filtrate - nel bene e nel male - da una più fitta rete di simboli (“Parola dentro la parola, la pietà mi accerchia/fino alla percezione della grazia”) per esplodere ancora una volta, come per “incontinenza”, nelle ultime sezioni, “Sola parola” e “Il verme in bocca”. Fino alla prosa di “Un bosco”, in cui ritorna – e senza mai cadere nel patetico - quell’affollamento emozionale “che riduce il sogno a una claustrophobia”.




Nota di lettura a "Saperti a piedi nudi" di F. Amadei

Saperti a piedi nudi
Filippo Amadei

Collana Erato
LietoColle, 2009
ISBN 978-88-7848-468-9


“Quando il tempo cambia e dal cielo
cade l’umido che accompagna la sera
la mia caviglia fratturata punta il dito, punge
nella carne – è tutto uno strillare
di tendini e ossa a ricordarmi
il dolore vivo del corpo, così sta il mondo
su assi terrestri traballanti, siamo noi
fragili le sue deboli caviglie.”

Sin dalla prime mosse di questo libro ci si sente a casa e - insieme - si ha tutta l’impressione di dover andare lontano, di non poter restare a lungo nello stesso posto, nello stesso tempo.
Perché, è vero, si dichiarano apertamente le coordinate di un certo modo di vedere la Poesia ma si va subito oltre la tradizione, si supera un atteggiamento di partenza che potrebbe ricordare, tra le tante importantissime citazioni e ispirazioni, il Valerio Magrelli di “Porta Westfalica” (“la fitta di una storta alla caviglia,/io, trottola che prilla, io,/vite che si svita. Nient'altro”). Nient’altro? Certo che c’è molto di più di un attraversamento, c’è qualcosa di straordinario in queste poesie. “Il loro tono è francamente cordiale, diretto, così come la scrittura che appare sicura per l’energia e lo scatto nervoso” ben dice Giampiero Neri nella sua breve introduzione al volume.

Cosa c’è di così straordinario? Le parole, prima di tutto. Le parole di Amadei hanno tenuta, sanno decifrare e tradurre la realtà quotidiana in un gioco linguistico commosso e commovente, un gioco tanto più libero quanto più accetta ed impone al lettore di seguire le sue ingiuste regole (“era un gioco essere felici”, “mi dico che devo riprendere a giocare”). E il dolore è già nello sguardo (il mondo “è un sasso che pesa/enorme sugli occhi”) perché è dallo sguardo che parte la ricerca di senso (“chi lo dice al mondo che non è la fame/di comprenderlo a placare il mio desiderio/di pace”), tra “poveri segnali di vita” da reintrepretare continuamente (“io li guardo, mi chiedo”) perché continuamente ingannevoli. Colpisce e lascia il segno l’originalità metaforica e la forza icastica di certe immagini (non dimentichiamo che Filippo è anche un bravissimo fotografo). Tra tutte, quella dell’atleta impegnato nel “salto in alto” che - in un suggestivo rovesciamento - ci spinge a riconsiderare la possibilità di un miracolo tutto umano che “indecifrabile” sale “verso l’alto” invece che cadere dal cielo.

Certo siamo divisi (“se davvero siamo noi questa perfetta/deposizione di sassi”), siamo divisi e “io non riesco a capire” è il grido che ci divide. Eppure riconoscere la divisione e la distanza è anche l’unico modo che abbiamo per tentare un avvicinamento (“Io per primo tu dietro, insieme”) o - non cambia molto - una fuga (“sono io/la spia che ti ha intercettato/prenderti portarti via dalla tua pena/di vivere, insieme, in salvo/verso la mattina del tuo compleanno”). Eternamente contesi, tra quelle “radici” che ci stringono “per troppo bene che ci vogliono” e le nuove rive del prossimo “naufragio”, il tentativo più coraggioso e anche il più contraddittorio: la ricerca di un’identità e di un’appartenenza che sembra richiamare un processo culturale di scambio osmotico, di equilibrio dinamico che porta ad un utopico unanimismo (“e allora ho compreso come la vita/si versava in me, come consueta fluiva/in me da un’altra vita”) ma che talvolta può spingere all’eccesso opposto, a perdersi (“se sono io o sei tu”), a lasciarsi “vivere nel mucchio” con tutte le disillusioni che ne conseguono (“ma non siamo noi”).
Una variante del principio dei vasi comunicanti sembra trovare applicazione al campo della memoria, uno dei temi più diffusi del libro (“la modernità/invece non ha memoria”). La testa è una casa “che è finita ed è sempre vuota/– come ad aspettarti”. Ricordi e dimenticanze, lacune e “punti di saturazione”, si affaticano nei “boschi grigi” dei pensieri o altre volte “si forma/una falla nella testa (un buco/che mi riempie, che inizia a perderti”).

Scegliere di scrivere Poesia - oggi - vuol dire credere ancora nella più alta espressione del linguaggio e dell’intelligenza umana ma insieme riconoscere questa possibilità come la più effimera e fragile, una possibilità da rimettere in discussione ad ogni passo, per inseguirla, per ritrovarla ad ogni giro sempre più parziale, relativa, problematica. Il linguaggio ci permette, per “punti d’incontro”, di appropriarci della realtà (“prendiamo possesso di una nuova casa/come di un’idea”) ma con il rischio costante di perderne il contatto più naturale (“penso al modo di non perderti/che non trovo”) impegnati come siamo a “pensare a respirare”.
Questa è una poesia straordinaria che sa che deve cercare la comunicazione anche quando afferma l’incomunicabilità (“poi le parole cadono e cadiamo”), sa che deve perseguire il dovere della leggibilità quanto più è mossa dall’incomprensibilità (nel “momento/di capire il senso di un respiro/di non dare più nulla per scontato”).




Nota di lettura a "Nessuna nuova" di B. Coacci

Nessuna nuova
Barbara Coacci

Collana Calliope
La camera verde, Roma, 2009


Dumtaxat rerum magnarum parva potest res
exemplare dare et vestigia notitiai.

(Lucrezio, De rerum natura II, 123-124)


Qualcuno la definirebbe una poesia delle piccole cose. Viene in mente la dinamica del moto browniano, quel “moto misterioso dei corpuscoli” che si agitano - senza ragione e direzione - come il pulviscolo atmosferico illuminato da un raggio di luce, “un galleggiamento” di atomi a cui non è accordato alcun riposo. Atomi. Perché la realtà, se esiste davvero e non svanisce quando smettiamo di crederci, è fatta degli stessi, pochissimi, atomi che si rimescolano e si combinano nei modi più aleatori. Come in Democrito, l’atomo è il fondamento metafisico della realtà e insieme è scarto di lavorazione, un “frammento da decifrare”, polvere di cantiere. Proprio quella dei lavori in corso, del cantiere, è un’immagine ricorrente, è la città (quel “suburbano famigliare” eppure inaccessibile) che cresce “come un tumore le metastasi” e, a un tempo, è metafora di un viaggio interiore (“l’ultimo scavo già ci contamina”).

Una delle situazioni più difficili da affrontare quando si parla dei cantieri stradali è senza dubbio il rumore, un rumore continuo (come “il ronzio dei frigoriferi”), un rumore bianco che diventa rumore di fondo nella misura in cui riusciamo a filtrarlo per non impazzire (“è stato il rumore a farci impazzire/come la sera il nulla/fa impazzire i cani”). È un meccanismo biologico, di distrazione, di protezione, che a volte viene meno, si interrompe, smette di funzionare come dovrebbe (“qualcuno ha già iniziato/a dire che tu, che tu”). Allora è un niente ciò che fa più rumore, il “niente che succede ogni secondo”. Mentre il silenzio diventa una sorta di elaborazione del lutto (“quanto ci costa il silenzio/cosa ci spinge a questa vedovanza”), è il tempo dei rimorsi (“era la vita giusta/e non ci abbiamo fatto caso”), la coscienza di una “non appartenenza” da cui nasce la scrittura.

Le parole da usare vengono scelte con cura, misurate, “censite” perchè “tutto indica qualcosa più in là”. Di sorprendente forza icastica (“le gambe aperte come una vittoria”), le parole ci ricordano che le cose sono segni di altre cose. E spesso sono segnali che ci annunciano la fine (“una fine senza finale”), come un cerchio per terra (simbolo dello zero, una lacuna per eccellenza) dove prima c’era un vaso o “la ciotola del gatto”.

È il momento di una sosta (“non è tempo di fare, si sta”), fermi negli stessi gesti, stretti alla “mano che trattiene ogni partenza”, piantati come alberi (“con una radice profondissima/e tutti i rami fuori”). Non ci stacchiamo mai veramente da terra, “non si stacca mai niente da terra”. Eppure qualcosa di più ostinato ci chiama, ci spinge a “disegnare mappe di altri luoghi/sul tappeto” di casa, verso un viaggio impossibile. Falene impazzite di luce, ci si muove un po’ di qua, un po’ di là, come si può. Come pedine di un gioco, nella “matrice” in cui “mattonella dopo mattonella” ci hanno rinchiusi (nell’ossessione di mettere in ordine il mondo, riga per colonna). Sia essa un utero o un array, la matrice (radice, origine, causa) genetica (“la lingua ostinata dei tuoi cromosomi”) è la matrice di un Dio falsario. Se “nelle rovine è scritto/che i muri dimenticano” il nostro compito è imparare giorno per giorno quando “aprire e chiudere gli occhi”.




Nota di lettura a "Del sognato" di R. Piazza

Del sognato
Raffaele Piazza

Collana Sguardi
La Vita Felice, Milano, 2009

ISBN 978-88-7799-291-8


“è il buon inizio che combacia con una gioia
di estive fragole.
Poi tutto inizia nella mente e si parte”.

Se fosse un film, somiglierebbe a un remake de “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman. E “ad ogni passo una fragola”, “la piantina di fragola”, “le piantine del rosso della fragola”, “le fragole del bosco”. Questo il refrain che scandisce il tempo del sogno.

Ed è uno strano viaggio quello per cui partiamo, illuminati dalla “luce/posata sulla polvere dei nostri/computer” o accanto a una presenza femminile privilegiata, la “bocca di rossetto rosso”, Alessia (“ad attraversare il mare/con gli occhi ci pensa il 1984, si passa il limite”, “nuda dopo l’amore, pareva un/gioco”) che forse non è di questo mondo e per questo sta in primo piano rispetto alle altre figure femminili (ucraine, baby sitter, una certa Maura).
In ogni caso, per tutto il mare che abbiamo nel cuore e tutto il mare che abbiamo di fronte, non ci resta che ”navigare”: in internet o nel mare nostrum della memoria (con “il ritmo/del Mediterraneo”), o nelle acque domestiche di un acquario “amniotico”, nella goccia estrema di un amore che è scambio di fluidi (“diresti Alessia tra le cose del mare”). Ma partiamo dall’adolescenza.

Se la “camera dell’adolescenza” diventa – alla Proust - una macchina del tempo (“Tu sei Alessia sei nel tempo/al sapore della fragola: ti porto”), una seconda “vita in un monitor”, è anche vero che la nostalgia dell’adolescenza viene rivissuta, quasi fisicamente, come una seconda adolescenza tradotta negli anni a cavallo del nuovo secolo.
Persino la carnalità dei rapporti sessuali nel momento in cui viene ricordata rivive di nuova vita perché viene trasposta nella sensualità sovraesposta delle ragazzine in web-cam, con il loro piercing all’ombelico e “la magia del sedere”.
C’è in questo un innegabile voyeurismo, tipicamente televisivo, da spot pubblicitario (“la scritta Coca Cola l’ha impressa tatuata nel cuore”) nel ricordare o inventare Alessia che si trucca con “intorno un cerchio scuro sul bordo/delle labbra: (sarà matita e poi usano fard e mascara/ombretti e creme, ma non mi è tutto chiaro)”. È un voyeurismo espressionista che zooma sui dettagli e poi prende la parte per il tutto, come se si entrasse “in sogno sul megaschermo”.

Ed è un sogno che ha dettagli inquietanti, qualcosa di claustrofobico, una luce disturbante che si ripresenta ossessivamente in più sequenze assecondando studiatissime variazioni sul tema, fino a farne presagio della fine del mondo tanto temuta prima dell’anno Duemila (“il presagio di un pomeriggio passato/con l’acquario di pesci/corallini nella camera con le loro tinte”). Naturalmente un’altra delle metafore concentriche di questo libro, che a volte sembra suggerire molti altri rimandi, più o meno interni, disseminati come link in un ipertesto.

E le sedie vuote nella bella copertina non ci ricordano Ionesco?. Ci confermano che non è una lettura facile, tra l'irrealta' del reale e il vano, grottesco tentativo di popolare il vuoto dell'esistenza con altri corpi accanto al nostro. I personaggi umani popolano la scena in una reciproca ma sterile ammirazione (“schizzano senza/bambini o bambine”), a ripetere un ciclo eterno di “amore, riposo, lavoro”. Si guardano vivere anche se in fondo sarebbe “facile accorgersi di essere vivi”.

Per questo, il linguaggio è insufficiente e difatti si assiste ad uno scollamento tra un mondo prosastico (“il segno dei gol di Ronaldo”) e un linguaggio pesante, sintatticamente complesso e ricercato nel lessico, spesso asfissiante perchè troppo vecchio o troppo nuovo (un vero e proprio pastiche di tradizione lirica e neologismi informatici). La lettura non è agevole né ammiccante: deve essere il lettore, se ha pazienza e coraggio, ad avventurarsi. Perché è un sogno (“prealbare”) che al risveglio si complica ad ogni tentativo di racconto anziché semplificarsi. È il risveglio dopo una notte lunghissima passata a “dormire ancorati alle parole mai dette”. “Il tono del parlato quotidiano”, scrive Gabriela Fantato nella sua attenta introduzione,”si impenna, a volte improvvisamente, e diventa alto e sofisticato, persino desueto”.

“Adesso che non è la gioia di una mattina”, il mare “è il deserto più disabitato” eppure è dal mare che veniamo (dalla “perfezione dell’acqua del mare”, “la forza dell’acqua”), e al mare torneremo, eterni naufraghi, in balia delle “maree dell’anima”.
Ci fermeremo per fumare e “trarre il senso nella sigaretta” oppure giocheremo a nasconderci sulla riva, capiremo cosa farne delle mani e di “altre cose dell’attesa”,forse useremo “le mani per recuperare un fiore/di conchiglia, una stella marina”.
Poi sommersi “tra le e-mail”, “file” archiviati in ufficio, tasti da “cliccare” e “quel vagare di lettere in movimento”, staremo a guardare il mondo dalla finestra di un browser (“tra Internet e segnali”, “tra Internet e telefono”), illusi di essere entrati in possesso di nuovi mezzi per superare l’incomunicabilità che sta nel mondo prima che in noi (“era sera stavamo parlando a caso/e dai vetri insieme il miraggio”).

Forse dovremmo solo saper aspettare di più, il senso della nostra vita è in fondo “l’attesa della stella cadente”, l’attesa di un ricongiungimento, di un ritorno. Gli altri ci aspetteranno, già ci aspettano. Perchè Alessia ci “attende al varco”. “Alessia manderà la mail, non temere”.




Nota di lettura a "Sequenza del fico" di G. Rinaldini

Sequenza del fico
Giuliano Rinaldini

Collana I Lapislazzuli
Joker Edizioni, 2008


“c’è un fico e la crepa
in cui vive,
la magrezza di terra.


sotto le foglie, i frutti messi, appesi.

(nel finire delle estati, ho timore del tempo)


benedico.”


Denso di rimandi interni, per specchi semantici che si corrispondono (singolare-plurale, orizzontale-verticale, denso-areiforme, dolce-aspro, città-campagna, coscienza-incoscienza, luce-ombra, silenzio-rumori, pena-letizia, pieno-vuotato …) e si interscambiano, di volta in volta arricchendosi di nuovi significati (è il lettore che “collega le cose”), è un libro di echi, di carambole continue, di cerchi che si allargano sull’acqua (e nel grano).

E il gioco dei contrari non si risolve perché questo è un libro di contraddizioni, di domande. Non si esce vivi dagli ossimori, si può solo aspettare ad un incrocio ( “alla croce delle strade”).
Oppure provare “a essere umile come i mattoni del cortile” e limitarsi a godere delle luci, delle cicale, dell’odore dell'erba tagliata di fresco (perchè l’odore è come un’anima delle cose), lontano dalla vita frenetica delle città industriali. E ci sono versi emblematici di questo scontro ecologico tra il mondo naturale (rurale) e il mondo artificiale (metropolitano), come “quando piove/le foglie gialle di pioppo, pestate sull’asfalto”.

Siamo divisi, indecisi nei sentimenti, in bilico tra "una pena di tutto,/una letizia di tutto”.
La natura, da Leopardi in poi, non è senza peccato se “naturale” è la legge del più forte, della catena alimentare, delle catastrofi. Non c’è nulla di utopico nella seconda natura di un "orto" o dei "pollai", a parte un indistinto desiderio di evasione, l’aspirazione ad una vita più sana, il recupero di certi ritmi più distesi. Poco dura, però, il relax che può godersi un moderno Titiro su un'amaca all’ombra di un fico, “nel silenzio fecondo di grilli, e di cani”, che, imprevisto, ci attende sempre “il grido di errore,/la caduta che è potente.”

Organico e inorganico si fondono in un ibrido sterile se irrompono l’uno nell’altro con tutta la violenza di cui sono (siamo) capaci (“l’asfalto è rotto da crepe erbose.”). Da una parte c’è l’istinto di sopravvivenza (“un fico nasce da un muro”), dall’altra lo scoramento, almeno il dubbio, che anche la nostra sia una crescita inutile ( “inutile,/come un pane buttato”).

Perchè non c'è un progetto, un percorso di crescita lineare, se volete, un'idea di progresso, non c'è. Il ritmo è sincopato. Si procede a tratti, scanditi da un tempo continuamente interrotto - tra flashback e flashforward - come se si fossero in qualche modo persi e poi recuperati i fogli sciolti di un diario. Le parentesi, usate in modo intensivo ed estensivo, sono oasi di raccoglimento o digressioni, momenti per fermarsi, fare due passi indietro ed osservare il quadro da lontano. Perchè altrove la scrittura procede per solchi, è una semina. Ecco che ritorna la metafora dell’aratro (già dei classici latini ma come non pensare a Pascoli o a Machado...). Ogni riga è un taglio doloroso ma necessario, la parola è il taglio (cesareo) da cui nascono le forme, i contorni delle cose. È in fondo un’accettazione, un biblico "eccomi", un rito del fuoco.

E il fuoco consuma ma non c’è perdita, tutto è volatile, tutto si trasforma in sostanze più leggere, più libere. Volatile per antonomasia è la memoria ("la memoria somiglia a un rumore, di molte cicale"). Se si scrive è soprattutto per questo, per non dimenticare (“come era fatto il tempo di ieri?/l’ho forse saputo?”), per salvare le cose.




Nota di lettura a "Secondi Luce" di A. Ruotolo

Secondi luce
Anna Ruotolo

Collana Erato
LietoColle, 2009
ISBN 978-88-784-8528-0

http://www.annaruotolo.it


Il "secondo luce" è la distanza percorsa da un'onda elettromagnetica nel vuoto in un secondo (circa 300 mila Km) ed è comunemente usata in astronomia come unità di misura delle lunghezze.
Pertanto i secondi luce misurano la "lontananza" spaziale, non il tempo.
Perché il tempo si è fermato in "una grande luce che non finisce più". E "quant’è bella la luce ferma"?
La luce fissa la realtà per fotogrammi e di volta in volta è una "luce di lampi", un "flash lungo nella memoria". La luce è bianca, in un senso di "vigilia", di "avvento".
Hic ("qui e in ogni luogo") et nunc ("senza tempo" o poco cambia "una volta e mai più"), il presente è "il dono del mondo che ci unisce".

Tuttavia, la seconda persona singolare, sia che sottintenda un amante, una madre o, esteriorizzata, la propria "animula" (per sua natura “vagula” per dirla all’Adriano) è una figura lontana nel passato ("un treno/oltre la frontiera") o nel futuro (è il "prima che sia") e in ogni caso, da qualunque parti la si guardi, una figura dell’addio.
Non solo. Problematico da ogni parte è quel gesto che cerchi di ristabilire un rapporto con l’altro perché mette a rischio entrambi, soggetto e oggetto. Da qui ("se puoi aspettare") il richiamo è alla lentezza, alla cautela, alla prudenza nell’aprirsi all’altro senza "esplodere", "franare sotto la luce".
Certo presuppone sudore, abnegazione, il mestiere di vivere quando "niente è stato ancora toccato", misurare le forze in gioco ("quando sul tufo sbriciola la mano") e trovare in campo un equilibrio dinamico, per approssimazioni successive (con l’eterna "paura di sfiorarti/e vederti crollare").
La cadenza è quella della barca, un dondolio ipnotico in cui i seguaci di Freud, sempre intenti a psicanalizzare tutto, detto e non detto, vedrebbero una culla, la nostalgia di un’infanzia mitizzata, raccontata a fatica e mai rimessa in discussione.
E Anna sa che nessun "cono d’ombra" ci proteggerà a lungo, si cresce e si guadagnano nuovi spazi. La "porta" si fa "portale", il "passeggio" diventa "passaggio".

La realtà prende forma dal nulla ma senza tragedia: è sufficiente vedere, riconoscere i "segni" di un percorso e seguirlo con umiltà e coraggio (anche se non basterà una vita, "non è mai bastata la vita"). Si potrebbe pensare che in fondo dobbiamo soltanto annerire "gli spazi col puntino" e aver pazienza.
Così si vorrebbe esorcizzare questa paura del futuro ("verrà, verrà") ma a volte "torna inaspettata la premura". Si cerca di prevedere il bene e il male, con "un fondo di caffè da leggere di notte", per non farsi trovare impreparati ("tu vedi, ho previsto la neve").
Proprio la neve è metafora ricorrente di tutto ciò che è "abbagliante" e, a un tempo, "inconsistente".
Soprattutto se in amore, un po’ come con i fiammiferi di Prévert, servono "tre fuochi", se le parole devono essere accese prima di poterci parlare, se non sono sufficienti le cose.

Perché le cose sono davanti ai nostri occhi ma sono "cose che accadono/e non si parlano" come a dire che se c’è una verità essa sta nei nomi e non nelle cose ("dicono/- e allora è vero -").
Non a caso nell’ultima sezione scopriamo che è il "nome" l’unica luce che può "fare meno oscure le città".

“È una questione di atteggiamento, di buon carattere verso il passato della poesia e la sua storia”, ben dice Elio Grasso nella sua introduzione al libro di Anna Ruotolo.
Un libro giovane che, muovendo dalla quotidianità, porta avanti con umiltà e coraggio un discorso mai concluso da un certo Novecento poetico (da Sereni all’ultimo Montale) e, perché no, cantautorale (Fossati su tutti).





Nota di lettura a "L'opera racchiusa" di F. Federici

L’opera racchiusa
Federico Federici

Collana Festival a cura di Valentino Ronchi
Lampi di Stampa, Milano, 2009
ISBN 978-88-488-0799-9

Vincitrice al Premio Lorenzo Montano 2009 nella sezione "Opera edita", insieme con "Le Omissioni" di Ottavio Fatica (Einaudi, 2009) e "La distrazione" di Andrea Inglese (Luca Sossella, 2008).

Video estratti: http://www.youtube.com/antoniodiavoli
Video completo: http://leserpent.wordpress.com/lopera-racchiusa/

http://www.facebook.com/group.php?gid=56794078588


"per aver soltanto vòlto il viso al tuo passaggio
hai finito lì da dietro di guardarmi, dove non vedevo
a onor del vero: non sono forse belli i tuoi occhi? o
come non sapessi già il colore dei capelli, l’opera
dolce delle labbra, il fiato, il dono della voce, chiusi
dietro al dito che indicava la più breve via in silenzio".

C’è un atteggiamento mistico di fronte ai simulacri dell’immaginazione e del ricordo.
In una poesia che è religione della poesia, il poeta si muove misurando ogni gesto e ogni silenzio, risparmiando la luce perchè la luce è sacra, la luce brucia irreversibilmente.
E la luce è quello che resterà di noi dopo la nostra morte, per persistenza retinica.
Ma anche la luce ha una velocità finita e questo ci condanna ad arrivare sempre in ritardo.
Per cui questi appunti di viaggio, scanditi dall’ansia di misurare, sono traditi dalla paura di non trovare una corrispondenza spazio-temporale nelle cose e nelle parole.
Il poeta si muove, deve muoversi, deve viaggiare perché ogni saluto per strada, ogni incontro fortuito, può farsi salvezza.

Non è dato sapere se il poeta si muova alla ricerca delle tracce lasciate da una donna nella speranza di indovinare il prossimo momento di un incontro, se prevalga la paura di dimenticare e quindi commettere in futuro gli stessi identici errori (se bastasse la memoria), se - come dopo un trasloco - il vuoto di una casa abbia magicamente risparmiato qualche indizio, un capello, una fotografia.
C’è un attraente odore di polvere quando si entra in questa casa e, tra una poesia e l’altra, quel silenzio di chi resta in piedi a guardarsi attorno perchè è arrivato in ritardo (o in anticipo) ad un incontro importante.
Ci sono morti che non si rassegnano, che ancora parlano ai morti.

E se è la distanza a rendere tutto impossibile, la ricerca della via più breve è il tormento degli uomini attaccati alla terra, con le loro "radici scoperte", non a caso l'indice che chiude le labbra è lo stesso che dà indicazioni stradali.

Nella missione etica di significato, nella ricerca del senso (sia esso regola o eccezione) il poeta deve mettere in discussione non solo la percezione ma l'esistenza tout court.
Allora il logos (parola, numero, rapporto) è la cura quotidiana che dobbiamo al mondo, perchè esista davvero.


Giovanni Catalano

www.giovannicatalano.it

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