domenica 21 marzo 2010
Gaza
senza scuola
abbasso la luce
e sulla mia metà del letto
mi si butta addosso
una gamba.
Eppure so che non ti basta
arrivare a toccare l’altra parte,
il fianco asciutto
o spogliarti di tutto
e strappare le braccia.
Contendersi una striscia,
non basta.
Tu ricordami stavolta.
Prima che il respiro
si faccia pesante
e a noi cadano le labbra.
Inedito, da "L'amico di Wigner".
mercoledì 17 marzo 2010
LE RIME DI MARZO - RASSEGNA DI POESIA 19, 20, 21 MARZO


VENERDÌ 19: SARÒ CREATURA IN UNICO E DI-VERSO
ore 18.00 Cucina dello Scompiglio
Apertura manifestazione: interventi istituzionali e presentazione programma iniziativa.
ore 18.30 Cappella
Presentazione mostra fotografica di Enzo Cei dedicata ad Alda Merini e conversazione con l’autore.
Lettura testi Alda Merini.
Performance musicale: Paola Massoni (voce), Fabio De Ranieri (chitarrista).
Coordina Debora Pioli.
SABATO 20 MARZO: COSÌ SONO I POETI
Dialogo con Valerio Magrelli e Mariella Bettarini.
Coordina Debora Pioli.
ore 17.30 Cucina dello Scompiglio
Dialogo con Roberto Mussapi e Giuseppe Grattacaso.
Coordina Elisa Tambellini.
ore 19.30 Cappella
Performance musicale: Gruppo Eshareh (fisarmonica, flauto, violino, voce).
ore 20.30 Cucina dello Scompiglio
Cena letteraria: incontro con Marco Simonelli e Francesca Genti.
Coordina Debora Pioli.
DOMENICA 21 MARZO: SONO NATA IL 21 A PRIMAVERA
ore 15.00 Cucina dello Scompiglio
Dialogo con Elisa Biagini e Patrizia Cavalli.
Coordina Elisa Del Chierico.
ore 17.00 Giardino segreto
Performance teatrale di Emanuela Mascherini Sono nata il ventuno a primavera, monologo di Debora Pioli liberamente tratto da La pazza della porta accanto di Alda Merini.
Performance musicale: Daniele Luti (fisarmonica).
ore 17.45 Giardino segreto
Chiusura manifestazione: saluti istituzionali.
venerdì 12 marzo 2010
Philip Gross - Severn Song

Severn Song
The Severn was brown and the Severn was blue –
La canzone del Severn
Il Severn era marrone e il Severn era blu –
non questo-poi-quello, non entrambi-l’uno o l’altro,
nessun rimescolamento. Due cose possono essere vere.
Le colline erano nuvole e la foschia era una riva.
Il Severn era acqua, l’acqua era fango
pieno di mulinelli fermi che non si riempivano,
il tipo d’acqua che è più denso del sangue.
Il fiume fluiva, fluiva da fermo,
l’increspatura di piena il suono d’un secco battito d’ali
con onde che non si infrangevano né cadevano.
Eravamo due piccoli particolari del mondo.
Eravamo vecchi, eravamo giovani, non avevamo età,
per un momento non facevamo nulla, né eravamo disfatti –
parole vinte, parole perdute, finché chi può dire
chi era il padre, chi era il figlio,
a una settimana, o a cinquant’anni, di distanza.
Ma l’acqua diceva terra e l’acqua diceva cielo.
Eravamo tutti gli uomini che siamo stati o vorremmo essere,
ogni angolo di luce che dice Tu, che dice Io,
e il mare era il fiume, il fiume era il mare.
(Traduzione di Giovanni Catalano)
lunedì 8 marzo 2010
Antologia Poetica Demokratika - a cura di Ivan Pozzoni, Liminamentis Editore

E' uscita l'Antologia Poetica nazionale Demokratika, con Liminamentis Editore:
I. POZZONI (a cura di), Demokratika. Antologia Poetica, Villasanta, Limina Mentis Editrice, 2010, ISBN: 978-88895881195, 276, 15€.
Abbondanza Elisabetta - Adernò Sebastiano - Annicchiarico Marco - Argentino Lucianna - Baccelli Vittorio - Bellini Eleonora - Bianchi Gabriella - Bolla Giorgio - Bruni Curzi Daniela - Calandrone Maria Grazia - Carbone Marco - Catalano Giovanni - Cattaneo Simone - Cavalera Nadia - Caviezel Giovanni - Ciminari Monia - De Angelis Carla - De Luca Chiara - Di Giovanni Antonino - Di Grazia Angela - Dondi Matteo - Fattori Narda - Grasso Alfio - Iasiello Stella - Ladolfi Giuliano - Lasio Maria Rosaria - Lenti Maria - Manna Francesco - Manco Luciana - Marcuccio Emanuele - Melandri Paolo - Mercurio Paride - Mosconi Giuseppe - Mugnaini Ivano - Ottaviani Paolo - Paraschiva Gilbert - Pazzi Matteo - Pignatta Anna - Piazza Raffaele -Pozzoni Ivan - Prisco Milena - Quintavalle Emanuela - Ramberti Alessandro - Sartorato Michelle - Segala Negrini Roberto - Spurio Carina - Tiraboschi Simone Matteo - Truglia Tito - Tuzet Giovanni - Warner Ed.
Nota di lettura a "Futuro Semplice" di G. Montieri

http://inassenzadimetri.inlibraria.com/
“io, io non lo so davvero
se saprò dare un senso
alle porzioni monodose, alla cottura crisp
addormentarmi voltato dal tuo lato
senza tremare, senza farci caso.”
Il futuro semplice è una forma verbale del modo indicativo, indica situazioni ed eventi presenti e futuri che risultano, in qualche modo, incerti. Poesia narrativa in potenza, poesia di situazioni sospese (“l'istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana / quando nulla pare deciso”), come in attesa di fissarsi definitivamente nella memoria (“un ricordo appeso a un chiodo / una voce sentita alla radio”) o di compiersi, di adempiersi. Poesia che scava sotto la superficie del quotidiano alla ricerca di un “ordine necessario” che dia conto della complessità del mondo e dell’animo umano. E lo fa nel modo più giusto, credo: puntando alle eccezioni, insistendo sui difetti d’esistere (“chiudo gli occhi, respiro piano / e questo è il limite”), sulle debolezze (“non abbiamo retto”). Denunciando le anomalie (“cos'ha Milano che non va?”). Insinuando il dubbio che proprio tra gli errori e le irregolarità possa presentarsi una via di fuga, un’ancora di salvezza.
È il tipico atteggiamento chi sta testando una piattaforma, di chi sta accertando i bachi di un sistema, di chi sta “certificando”. Identità, appartenenza (“più che somiglianza”). Libertà (“non essere bandiere” ma “chiedersi del volo”). Non è dato sapere se dagli errori si possa imparare (“Imparassimo almeno dalle foglie / cadere nella stagione giusta”). Gesti come quello di “riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale” o “annusare il caffè prima di berlo”, sono gesti minimi, consacrati a un’abitudine che si fa natura seconda. È una semplicità conquistata a caro prezzo, la semplicità della “mano che chiede alla rosa/di non sentir paura mentre l’altra pota”, semplicità del sacrificio, della rinuncia (“le parole tronche, questo conta / sono tutti i miei risparmi”). È la semplicità di chi riconosce una continuità nel divenire, di chi cerca di adattarsi ai cambiamenti senza tradire una propria natura (idea che pure è incerta e mutevole), a ogni nuovo - sia esso previsto o imprevedibile - avvicendamento di pieni e vuoti (“restare in una stanza vuota/a noi non è concesso”), di migrazioni, di stagioni (“si fa finta di essere uguali”).
“Il cliché urbano”, ben dice Mary B. Tolusso nella sua precisa e attenta prefazione, “è esperito in una sorta di teatro di rinvii dove le cose, il clima, i colori, riflettono orizzonti interiori mai pronunciati”. Riecheggia la poesia del Novecento, tra i tanti nomi viene in mente l’ultimo Montale soprattutto, quando la presenza di un oggetto sembra rimandare ossessivamente all’assenza del soggetto umano di riferimento (“le scarpe fuori posto”, “un nome al suono della sveglia”). C’è un’ipotesi di contatto o di scambio tra soggetto-oggetto, anche se spesso inconcludente (“non ci sfioriamo, non ci parliamo”), un tentativo di accorciare le distanze, tagliare le curve (“coltiviamo speranze in curva / non avendo mestiere per i rettilinei / nessuna competenza / sui tratti autostradali”). Ha a che fare con un‘idea di poesia vicina al “confine”, di “retroguardia”. È una poesia che è luogo di contraddizioni coraggiose come la Milano di cui si nutre (“Io Milano l'ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio”), una Milano città della mente e dell’anima, emblema di tutte le grandi città che “si espandono verso l’alto” e in basso lasciano voragini di incomunicabilità, Milano di “spazi angusti”, senza metri. La stessa verticalità metropolitana (“è pieno di gru”) sembra ammonirci che più si sale in alto e più la caduta sarà inevitabile e dolorosa. Ma anche che tutto ciò che conta ha a che fare con la caduta: si cade felici come si potrebbe cadere innamorati o malati (“la felicità è un abisso”). Se, in Montieri, l’alto e il basso, il prima e il dopo, sono categorie che andrebbero riconsiderate. Qui il futuro viene prima del presente, ha una priorità gnoseologica e ontologica. Non c’è presente senza un progetto di futuro. Se il futuro è un mare davanti al quale pare possa essere finalmente possibile “per una volta non accontentarsi”.
Giovanni Catalano
lunedì 1 marzo 2010
Le donne in Cile
le ciliegie e le pesche
vengono dal Cile.
I denti fortunatamente
dritti, duri, uguali.
Così prendo un’altra pesca
e bacio la spalla
della tua assenza.
Eppure l'Europa
è un grande
esportatore di pesche:
le esportazioni infatti
sopravanzano le importazioni.
Ma qui le donne non sono
come le donne in Cile
poco sotto le macerie
e viste le parole pronunciate
non sono nemmeno
come le donne invisibili
dei paesi arabi,
le donne in Bangladesh
dove ogni due ore
una donna muore
o in alcune zone del Nepal
col tappeto sulle spalle
che è un profumo
di uomini mai avuti
o che se entrano di fianco
senza bussare, piedi di geisha
poi escono sempre
dal letto e a piedi nudi
ritornano dal bagno
le donne
sfigurate dall’acido
vivono meno degli uomini
le donne depresse
che non parlano d’altro,
le donne grasse coi piedi freddi
e che non dormono la notte
sono donne
tutte per gli uomini
le mogli dei soldati
con le scarpe di legno
se per giorni, settimane
di mare o di deserto
per raggiungere la Libia
certe persone
sono fatte per restare sole
ma si sentono come i gemelli
si dice sentano l’uno
il dolore dell’altro.
Poi diventano insensibili
come una mano aliena
o un arto fantasma,
c’è uno schema.
La mente umana
si organizza per schemi,
ricostruisce per simmetria,
ragiona come nelle frasi
impossibili di Chomsky.
Perché non può far altro.
E sono brave persone
solo che parlano dei morti
come fossero vivi.
Giovanni Catalano, inedito (2010)