
Ricordavamo quasi tutto
e tutto è rimasto.
Per forza, la casa.
Le finestre di una certa casa.
Molte finestre, molte donne
aspettano molto di noi.
Un grande terrazzo
– è necessario che ci sia
un grande terrazzo – sul mare.
Le stelle, le lampare,
le luci accese di notte
nelle camere dei figli.
Palermo è tutta un porto.
E – per una volta – il porto
ci parlava a mezza voce,
ci sembrava un altro
se mentre smettiamo
di guardare, guardiamo
ancora.
Palermo è un’isola,
dentro un’isola,
dicono. E intendono
un’isola
grande abbastanza
da perdersi, un’isola
piena di gente
che se ne è andata
per seguire altra gente
che all’improvviso è salita
sul primo carro
merci in corsa per cantare
le canzoni del sindacato.
Perché? Cioè, che cosa
mi spinge fin qui?
Io non sono un fatalista
ma volevo dire un’isola
e mi accorgo che a dividerla
ancora di più dal resto
è soltanto questo specchio
qui dietro l’anta dell’armadio
(per provare vecchi cappelli,
un gilet, un foulard, due
o tre giri di cravatta).
È proprio vero che a volte
la gente è di vetro, è specchio.
E a ben vedere
non è neanche questo,
se ci sono tanti di quei posti
nati dal mare come un’isola
che se non fossi nato qui
e sai che adesso non siamo qui,
ma chi poteva dirlo.
Alla fine possiamo sbagliare
il che non significa niente
assolutamente.
Certo occorre capire
da quale parte stiamo,
quando torniamo.
Oppure non è niente.
In fondo la notte
non fa nulla di male
se ci rende sconosciuti
quanto inutili, vicini.
La notte è notte.
Ma c’era qualcosa
sotto gli occhi di tutti,
tutti guardano
gli occhi.
Da L'amico di Wigner (2011).
1 commento:
Bello il tuo blog....ti aspetto sul mio
Ciao!
Cresy
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