lunedì 22 ottobre 2012

Saliamo a piedi

Saliamo a piedi
che non hanno ancora
riparato gli ascensori.
E chissà quando accenderanno
i termosifoni che con quello
che paghiamo di condomininio,
pensare che non è nemmeno
casa nostra ma almeno
qui abbiamo trovato lavoro
e un lavoro lo trova pure
chi non ha mai studiato,
chi non conosce nessuno.
Non ricordo dove ho letto
che nell’assoluta perfezione
di ogni tappeto persiano
i tessitori introducono
un impercettibile errore ritmico
come un difetto di modestia
per non sfidare Dio.
Io non l'ho mai trovato
eppure su quel tappeto
avremo fatto l'amore
così tante di quelle volte
che ancora sento l'odore
della lana bagnata dalla pioggia,
della polvere caduta e sollevata
da decine di traslochi, di gatti
che ci guardano immobili
senza chiedere aiuto.
E pensare quanto mi piaceva
quando ti alzavi all’improvviso
e mi dicevi io vado a cambiare disco,
e a ragione. Si commenta da solo,
Synchronicity dei Police,
la copertina come nuova,
l’avevo preso una miseria
da un vecchio rigattiere
che non ne capiva niente.
I reni, il fegato. Ci sono
cose che rimangono impresse.
Tu avevi una voglia
come un morso sul fianco
ma meno profondo di un graffio.
Ce l’avrai ancora, penso.
Anche se forse nel frattempo
avranno fatto di quei salti in avanti
che adesso nemmeno
si vedrebbero i punti, le cicatrici
che ci hanno lasciato.

giovedì 20 settembre 2012

La sindrome di Bálint-Holmes (e altri disturbi del riconoscimento)




Settembre se ne va.
ma tu, se vuoi, rimani.

L’ho detto così
e certo avrei potuto
dirlo meglio.

Perché ci sono parole
più belle di altre,
non c’è dubbio.

Alcune sono diverse
e quando le rileggi
cominciano a tremare
e si sollevano dal foglio
come mosche.

Ma vinta la guerra
di noi, di te che resta?

Lunghe file
di sedie in chiesa
a cui non davo
tutta questa importanza.

Come quando torni a casa
più tardi degli altri e al buio
è tutto uno squillo di chiavi.

In quell’incanto
riprovi la vertigine
di non essere
poi troppo diversi
da un paio di scarpe
sotto la sedia.

O da un pigiama
sul letto.

Se quando mi volto
di colpo tutto mi parla di te
ma con la voce d’un vecchio.

Non mi lascia dormire.

È come un cuscino.

Come una mosca
accanto all’orecchio.

Perchè se i sogni fossero preghiere
darei ragione al sonno
ma i sogni sono giorni
che ha vissuto qualcun altro
appena uscito di prigione.

O i volti fossero ospedali
darei ragione alle finestre
ma sono camere d’ostello
e non c’è niente nei cassetti.

Solo una lettera
passata sotto la porta.

Dicono

che i poeti sono morti
insieme alla poesia
ed io sono un morto
che parla ai morti.

Vivono

forse come molti
solo accesi d’euforia
sulla cera
che non dura
la mia età.

È passato un anno
non temere
questi pochi fiori
a pena raccolti.

Se adesso ridono
amore non sanno
che ormai
tu non ascolti
la verità.

C’è chi non ascolta Wagner
perché stanco di tutto.

Coi piedi intinti nel sole
i ragazzi di strada
si svegliano dal mondo
in tempo per gridare.
Con in mano un coltello
e noi qui affamati
se scriviamo di loro.

Tornerei volentieri
alle pagine gialle.

Nell’ora
che morbida la luce
bagna d’oro l’aurora
io annego
nei sogni di allora
il dolore
che punge l’aria.
Ingannevole l’eternità
e intorno a me la notte
trafigge la verità dei santi.

E vorrebbe uccidere ancora.

La tua gioia
mi mette a disagio.

Sembra un cielo
con arabeschi
d'ametista
che guarda dentro
per vedere
sotto il velo
cos'è rimasto.

Erano sabbia,
pietre tra i denti.

Perché non posso
non guardare.

Ogni tuo passo si fa specchio:
tu da un verso ed io dall’altro
allungo il filo.

Questa strada ci raddoppia,
la parola ci biforca.

Siamo solo saponata
che sciaborda
e pestati a terra,
finita la festa,
foglie di lattuga.
L’odore marcente
che di noi resta
e più di noi dura.

O se il paradiso è un giardino
almeno nell’etimo
cosa mai ce ne faremo
dei rampicanti e dei gerani
come noi rinchiusi
fra sbarre di balconi.

Che se poi riaprissi
le tende, sai, tutto
quel verde - ne sono
certo - non uscirebbe più
dalla mia stanza.

Siamo stanchi e ostinati
nel passato degli altri.
Siamo campane di chiese
che si rispondono.
Dovrebbero dirci di più.

Ma adesso basta,
mi butto giù
deposto come un cristo
sul linoleum,
nel freddo impolverato
di quel prato senza vita
(una jazzista americana,
i giardini sulle mura).

L’occhio avvinto alle stelle:
erano uncini di mattatoio.

Tra bocche aperte
di pesci morti.

Troverò vecchi
gli sguardi amici
fermi per strada
o sui calendari.

Dirò le piramidi
che avrò costruito.

Forse una casa
che si sveglia
in soprassalto
con un rullo
di pentole e piatti.

Se nei cambi di tempo,
negli errori irripetibili,
nei lapsus e nei tic.

Più che nel progresso
nelle gambe accavallate,
nell’italiano incerto
d’una soubrette inglese,
a volte nel naufragio
o nel fumo che esce piano
dai cartoni delle pizze.

C’era poi chi si tuffava
a testa, a botte oppure a spillo
dalla punta, la più alta
e chi vigliacco sulla costa
abbracciato all’alga nera
mangiata a morsi dalla spiaggia.

C’era anche chi dormiva in piedi
e tirava a riva le sue reti,
chi in un algebra di segni
lì fingeva di pescare
triglie rosse, pochi polpi
o chi stava a darsi un tono.

Quanto vorrei chiamarti ancora
anche solo per stanotte

poco prima della guerra

prima che io ti sieda accanto
su un altro vaso di cemento

e con noi appassisca il cielo.

O tornare a quella pace
della spiaggia di Settembre.

Ho ancora in me le ricordanze inquiete
scavate nel tempo di questi dieci anni
quando tutto era più aspro di salsa
schiacciata coi pugni nei secchi,
come fichi sotto le suole.
O per esempio dirle
quanto è lontano il soffitto.

Ora la notte nasce
dalla porta,
da lì torna il freddo
dell’inverno.

E con le mani sul termosifone
ammireremo il lampione
così alto, da solo
che si ostina a far luce
nella mia stanza.
E ancora quei colombi
che a te facevano paura.

Le cose hanno valore
per quel che sono.

Io più paziente
come a calmarti:
anche le ali
sono di pietra,

è la radice
il primissimo fiore,
non la foglia.
Sui tappeti persiani
o le fodere di quei divani
in finta pelle
fingevamo di seguire
i primissimi episodi
d’un telefilm francese
e nei sottotitoli
per la coda dell’occhio
dal ghiaccio d’un cocktail.

Solo una volta.

Ma rompe la schiena.

Persino tu
non sei la stessa
negli accenti,
i lineamenti.
Solo un caso
se ti chiami col tuo nome
anche stanotte.
Quando bastava solo un segno
sulla rampa delle scale.

Adesso Dio non guarda.

Perchè è un dovere doloroso
sedere accanto, spostare la sedia
solo per fare rumore,

per ricordare ai morti
che sono ancora morti.
Per ricordarlo a loro.

Quando a separarci
o a farci uguali
non sono le abitudini
dei giovani e dei vecchi.

Forse così
s’è persa la memoria
del nostro passato
di foglie, di pesci.
Ma è rimasto il naso
e pochi altri indizi.
Ed è tardi ormai.

Nella geografia dei miei cassetti
ogni donna che passa,
non so se rida o se pianga.

Cadevo a pezzi.

Eppure come non stupirsi
dietro tutti quei vestiti
se di noi restano i corpi.

Se a precipizio su di te
nell’età che non ci assolve
misuriamo la bellezza
che stavolta ci separa.

Quando tu, come un coperchio,
posi la mano sul mio petto.

giovedì 30 agosto 2012

Check-in

L'ultimo sorso d'acqua,
il passante della cintura,
il telefono in tasca.
Chissà chi paga le comparse
in aeroporto, lì che aspettano
da dietro una linea, chi davvero
apre le porte e chi ci punta
un faro negli occhi
che al momento, per un momento
non deve esserci sembrato vero
che stavolta, come ogni volta,
non ci fosse niente, proprio
niente fuori posto.
Chissà cos'è che fa impazzire
i cani, che cosa avranno
da guardare, da fare
tutto questo rumore.
Chissà chi spegne
gli incendi sulle montagne
e chi riscrive sui muri
chi ama chi
senza vergogna
come se questa città rimanesse
sempre aperta, come una cerniera,
come una parentesi, come uno
stomaco, una bocca 
dello stomaco, senza fondo,
chissà per quanto
potremo andare avanti così
con questi lavori - tubi scoperti,
scavi, strade scarificate,
sensi unici alternati.
Devi ricordarmi
di passare dal comune
e rinnovare la carta d'identità,
la barba lunga, i capelli
che coprono le orecchie
come una segnaletica
in costante rifacimento.
Come se ci fosse davvero qualcuno
a cui importa, qualcuno
che ci dà appuntamento
al solito posto e quando
arriva in ritardo
cambia i nomi delle piazze
per convincerci che è rimasto
tutto uguale
e al nostro ritorno
rimette in piedi le statue,
spegne le luci, le fontane
e addestra le cicale
a non gridare.

lunedì 13 agosto 2012

Oggi abbiamo capito

Oggi abbiamo capito
che bisogna essere in due
anche per essere soli.
E che persino le idee migliori
prima o poi finiscono
per sorprenderci in vacanza
o nei momenti più felici
di maggiore disattenzione:
una vasca da bagno, una mela
che dopo tanta fatica
cade all’ombra
di un albero di mele.
Cinquanta e cinquanta,
il cinquanta percento.
Ci alziamo, riceviamo
una spinta dal basso verso l’alto.
L’ideale sarebbe arrivare
a non pensare a niente
e stare al nostro posto
e senza nemmeno tremare
con la gamba, senza
nemmeno sentire il bisogno
di chiedere una penna
al primo sconosciuto che passa
e scrivere qualcosa
sui tovaglioli dei bar.
Dobbiamo ancora
ordinare (due caffè
al tavolo fuori).
Né possiamo restare
anche se ancora vorrei
imparare qualcosa
di me, da scriverci un libro,
da raccontare ai miei figli.
Perché il cervello umano
è diviso in due
come una cellula
o un uovo che frigge.
E per semplificare diremo
due parti uguali
ma la destra non sa cosa fa
(la sinistra vede l’albero,
la destra la foresta).
Dove andremo a finire
se non ci muoviamo da qui,
seduti stretti con le ginocchia
al petto, il collo storto
tra le regole e il superamento
delle regole che storicamente
definiscono un genere letterario
(approfondimento, incubazione,
illuminazione, verifica)
piuttosto che un altro.
Va bene. Spegni,
chiudi, usciamo.
Un altro shampoo, il vento
troppo freddo o troppo caldo
di un vecchio asciugacapelli
che dovrò dimenticare
in un altro albergo.
E non abbiamo colpe
se forse è l’ultimo volo
anche se ancora vorrei
inventare qualcosa
di me, da scriverci un libro,
da insegnare ai miei figli.
Ma avevamo preso tutto.
Leggevi, è la stanchezza
la prima causa di insonnia.
E io che credevo di non ascoltarti
nemmeno: domani il piano
di lavoro è alzarsi
presto e andare a letto prima
di morire di sonno.
Non piangere.
L’ideale sarebbe arrivare
in tempo, andrà tutto bene.
Non c’è niente da fare.

giovedì 21 giugno 2012

Non vedo l’ora di farla finita

Non vedo l’ora di farla finita
e con tutte le forze arrendermi
invece di dire sempre le stesse cose
senza mai ripetermi
e smettere e ricominciare
a leggere le antologie
dei nati negli anni
in cui finivano d’essere stampati i libri
sui quali abbiamo studiato
quando tutto poteva succedere – ma tutto
avrebbe potuto e quasi tutto
credimi potrà succedere
di nuovo – in tutti i sensi,
perché anche il nuovo stanca e poi cosa vuoi
che cambi da un giorno all’altro,
la vita continua come può
sempre più a lungo, dicono
visto che durano di più le malattie
che siano complicazioni
respiratorie o rischi cardiovascolari
o le altre distrazioni dai veri problemi
che non si risolvono certo
con le targhe alterne
o con la raccolta differenziata
che ti dirò io non ci ho mai creduto
e anche l’altra sera prima di salutarci
dimentico sempre i nomi
ma ne parlavamo con ispirazione,
amiamo una certa scrittura che è diversa
se praticata con disciplina ed emozione
e non per una presunta polisemia
o per una discutibile economia grafica
che la vorrebbe più sintetica
della sua invenzione
insieme alla qualità e all’originalità
delle immagini e delle storie
e della psicologia che sta dietro
all’uso di altre tecniche
che tengono alto il livello di attenzione
così che ad ogni tiro di guinzaglio
il lettore che è a sua volta un potenziale scrittore
s’illuda di poter decidere se andare
a capo o temporeggiare accanto a una ruota
o una catena legata a un palo della luce, questo
è un discorso di fiducia reciproca, di rispetto
per un certo territorio, questo è un altro
aspetto da tenere in considerazione
e, si, poi anche questa riscoperta dei dialetti,
come se già l’italiano non fosse una lingua
sufficientemente periferica e senza seguito,
senza ironia c’è già abbastanza
carne al fuoco e tanto fumo negli occhi
e comunque, come se non bastasse
la presunzione con cui – mi ci metto
anch’io – cerchiamo le differenze
tra buona prosa e cattiva poesia
e pensiamo di trovarla nelle figure
di suono, in un certo pattern
ritmico a servizio di uno sviluppo
logico-estetico, è ancora troppo facile,
con tutti questi spazi e tutte queste voci
che si accavallano e solo smettono
quando vogliono
senza mai mettere un punto
come se non ci fosse nient’altro
da fare al mondo
che fissare un punto,
perché di questo si tratta,
di un punto lontano a piacere,
in cui tutto finalmente si ferma
e riparte più veloce di prima,
come se fosse il punto esatto
in cui le parallele non si toccano e non quello
in cui subito prima pensiamo
che non si toccheranno mai e poi
mai, lo so
ti ci metti anche tu
ma cosa vuoi
che ti dica
se ho ripreso a fumare
ma di meno
che tanto non c’è niente
in questo mondo, in questo
momento non c’è più
niente di meglio
che smettere e ricominciare
con tutte le forze
e con tutte le forze
smettere e ricominciare.



giovedì 31 maggio 2012

La fine della Grecia

Faremo la fine della Grecia
mi chiedi – come se finora
fossimo stati tutti uguali
e chi più chi meno avessimo vissuto
al di sopra delle nostre possibilità.

Non lo sappiamo, speriamo di no.
Ma è tardi e non ho voglia
di perdere tempo
e allora saluto il parcheggiatore
abusivo che da mesi, anni forse
vive con tutta la famiglia,
la moglie, quattro o cinque bambini,
in una vecchia Punto
senza ruote,
piena di stracci e coi giornali
ai finestrini, davanti
l’Esselunga di via Lorenteggio.

Somiglia a un ciclope
o a un pirata del Mar dei Caraibi
e come padre e marito
fa ugualmente paura.
Aspetta la risacca
di chi esce da un ufficio
o ha appena fatto la spesa.
Veloci come granchi
sotto la sabbia, come vermi
sulla carcassa.

Alla fine sono sicuro
che ricomincerà a piovere.
E anche per questo
non vedo l’ora di andarmene
come se un naufrago stanco delle isole
invece di cercare i sandali
si rimettesse per mare.
Se non è questo, cos’è
un tradimento?

Come se – finito tutto
il lavoro – la sera
tornassimo a casa e bussassimo
alla nostra stessa porta
per fare a gara
a chi è più straniero
dell’altro.
Come se questo
desiderio di cuscini
e di lenzuola
assicurasse la pace
o restituisse qualcosa.

Ma anche il frigorifero
è uno specchio.
La fine è scritta dappertutto:
sul tappo delle bottiglie o sul fondo
delle lattine. C’è
anche chi – quando ancora ricorda
gli ultimi sogni del mattino – alla fine ci crede
più fortunati degli altri.
Io quando penso all’inferno
ho in mente un telefono
che incessante, estenuante
non squilla.

E c’è chi si inventa nuovi lavori
per far passare il tempo.
Pezzi di ricambio, soprattutto
piccole riparazioni.
Un classico.

Ma i tempi sono cambiati,
i tempi cambiano – adesso
chi guarda più le vecchie
sveglie o gli orologi da polso?
Basta un telefono
che niente può più avere
una sola funzione.

Tanto più che alla fine
si fermeranno gli orologi,
non punteremo più le sveglie
ma ci alzeremo solo quando
da più lontano ci chiameranno
e per la seconda, la terza volta
con una voce così lunga
che non la potremo dimenticare
né tanto meno ricordare.

E forse alla fine anch’io
che – lo sai – non so aspettare
non potrò fare altro che ascoltare
da più lontano, più forte
finché – lo so – mi chiamerai
almeno un’altra volta
perché è il tuo telefono
lo strumento
con cui si misura
il tempo.



lunedì 28 maggio 2012

Barcelona in a bag

Per incidente,
a un certo punto
un altro amore ci accarezza
duro, ruvido come le mani,
come questo asciugamani
d’una partita a tennis
ora che spiove.

Solo una scusa
non esser stati
che due cerniere.
Due bocche appena
troppo corte.

Perché non quella sera?
Se avessi detto se
ti avrei riconosciuta.

Tu, che ogni volta che
ridi, urti col piede,
rompi un bicchiere.